Che fosse per me
Che fosse per me metterei i pasdaran berlusconiani e gli antiberlusconiani giudiziari su un’isola sperduta in mezzo al pacifico col cibo, l’acqua e tutto quello che serve e gli direi: ok, mo’ scannatevi che noi vorremmo pensare al Paese.
Tali e quali
Sembra una promozione finanziaria.
IMU, una preoccupazione (ulteriore)
Se ti limiti a sospendere l’acconto e rimandi la revisione a settembre, non sperare che a giugno, luglio e agosto quei soldi verranno spesi. I beneficiari, aziende e proprietari di case, terranno i quattrini fermi per altri tre mesi.
Vittime di loro stessi
Due interviste mi hanno colpito oggi, tutte e due di parlamentari del Movimento 5 Stelle. La prima, sul Secolo XIX, è della deputata Vincenza Labriola e parla della vicenda della diaria
Ormai non posso uscire con mio figlio perché mi gridano: “ladra”. Capito? Questo pensa la gente, per colpa loro. E’ una situazione insostenibile. Ho solo espresso le mie esigenze: se voglio portare mio marito e mia figlia a Roma devo chiedere il permesso? Devo subire la gogna? Nessuno di noi vuole rubare.
La seconda, sul Corriere della Sera, è della senatrice Elena Fattori che recentemente in un post su Facebook aveva parlato di “linciaggio collettivo”. Al giornalista che le chiede a chi si riferisse risponde:
Alle persone che seguono il blog di Grillo, che danno vita a crociate, come in questo caso, che a me non piacciono. La colpa non è di Beppe, ma del popolo che gli gira intorno
Se getti escrementi in un ventilatore, per il tuo bene dovresti rimanere dietro il ventilatore stesso. Il punto è l’aver fatto populismo d’accatto sui soldi della politica mettendoli tutti nello stesso calderone: il Suv di Fiorito insieme al giusto compenso per chi lavora nell’interesse del Paese, per intenderci. E’ giusto, trovo, che chi fa questo mestiere sia ben pagato e abbia la tranquillità di lavorare anche per il mio bene. Se Labriola non ha i soldi per pagarsi un appartamento a Roma con suo marito e salta sedute della Camera, deve fare la pendolare tra la Capitale e Genova o mentre sta votando una legge ha già la testa sul treno o sull’areo che la riporteranno in Liguria, a me cosa ne viene? Il problema, in realtà, non è la quantità di denaro, ma la trasparente rendicontazione. Se fosse stata obbligatoria non avremmo nemmeno avuto un caso Fiorito.
Prefazione (un altro libro su Grillo, un po’ distopico)
Esce oggi “Benvenuti a Grillolandia“, un libro nel quale Stefano Rizzato ed Eliano Rossi provano ad immaginare come sarebbe un’Italia 100% a Cinque Stelle, con l’applicazione pratica di molte delle idee di Grillo e dei suoi: dal “disordine organizzato”, al delirio di dover votare (on line) praticamente su qualsiasi cosa, passando per la decrescita felice. Mi hanno chiesto una prefazione, eccola
Se avrete il tempo di scorrere dizionari, enciclopedie, libri universitari, noterete che nessuno di questi testi riesce a dare una definizione univoca di “politica”. La risposta classica, facile, con la quale si riesce sempre ad eludere l’imbarazzo della domanda è “l’arte di governare”, che lascia però in sospeso l’altra domanda: cosa vuol dire governare? Siamo daccapo. Ampiamente contestabile da qualsiasi matricola di scienze politiche o anche di ingegneria (non ce l’ho con gli ingegneri, è che non è la loro materia), dirò che per me l’arte della politica sta nel tratteggiare il futuro che si immagina per una comunità, indicare gli strumenti con il quale si intende plasmarlo, convincere la comunità stessa che il futuro che si è immaginato è il migliore possibile. Per raggiungere quest’ultimo obiettivo il primo punto è essenziale: bisogna saper trasmettere una visione, un sogno, un’idea nella quale quella comunità possa riconoscersi. I due progetti politici di maggior successo degli ultimi vent’anni, Forza Italia/PDL e il Movimento 5 Stelle, hanno fatto leva esattamente su questo. Rappresentare il primo Silvio Berlusconi come un venditore di sogni e Beppe Grillo come un puro demolitore del sistema è e continua ad essere un errore. Berlusconi ha saputo raccogliere l’insoddisfazione di una parte del Paese fino ad allora scarsamente o mai rappresentata, stanca di un’Italia lenta, farraginosa, iperburocratizzata, fiscalmente vessatoria, schiava di rituali politici e sindacali anacronistici e ha fatto balenare davanti a questa il sogno di una sorta di “thatcherizzazione” in salsa brianzola e italica. Senza voler fare paragoni troppo forti tra due figure di livello politico così diverso, ci sono frasi della Thatcher che in bocca al Cavaliere non avrebbero stonato: “Ho assunto la carica con un deliberato intento: cambiare la Gran Bretagna da società dipendente a società autosufficiente, da una nazione “dare-a-me” ad una nazione “fai-da-te”. Una Gran Bretagna “alzati e fai”, invece di una Gran Bretagna “siediti e aspetta””.
Sono stato ad un paio di tappe dello Tsunami Tour, il giro delle province d’Italia nel quale Beppe Grillo ha riempito le piazze, rendendomi conto di quanto con la sua operazione, pur essendo meno solido e meno ideologico di Berlusconi, fosse capace di trasmettere il sogno, la visione. Mentre durante la campagna elettorale PD e PDL si scontravano sull’IMU e si confondeva il dibattito sull’Europa con un match tra pro e contro Merkel, Grillo raccontava un futuro fatto di reddito di cittadinanza, di meno lavoro, di wi-fi gratis per tutti, di una pubblica amministrazione all digital, di auto elettriche, di giovani al potere. Sa gettare lo sguardo oltre la siepe, non c’è dubbio, sebbene non sappiamo che strano tipo di occhiali stia indossando. Nello scrivere questa prefazione ho galleggiato molto intorno alla parola “utopia”, perché nell’idea del mondo (del mondo, non del Paese) che il Movimento 5 Stelle sembra perseguire c’è tutta l’ambiguità che Tommaso Moro volle infondere al nome della sua terra immaginaria: luogo del bene, della perfezione, ma anche luogo che non esiste e che, alla fin fine, non può esistere, come dimostra questo libro. Ma il senso del futuro Grillo ce l’ha e questo è tutto meno che antipolitica.
E mi dispiace tanto
E mi dispiace tanto, perché quelli che volevano Rodotà, ma anche quelli che volevano Prodi o Marini, quelli che hanno votato la fiducia e quelli che lo hanno fatto storcendo la bocca e quelli che sono usciti, i dalemiani, i veltroniani, i giovani turchi e, toh, pure i renziani e ora, chissà, i cuperliani, epifaniani, civatiani, ora mi sembrano tutti protagonisti della dissoluzione di un bel sogno, che forse non era neppure il mio, ma quando svaniscono i sogni è sempre un peccato.
Vittoria di Berlusconi? Tutto da vedere
Il principale obiettivo di questo Governo sarà quello di tirare fuori l’Italia dalle secche della crisi. Economia e Lavoro sono nelle mani di due tecnici, Sviluppo Economico nelle mani di un esponente PD, presidenza del Consiglio anche. Se Letta riuscirà nel compito, dubito che il PDL possa riuscire tanto facilmente ad intestarsi l’eventuale successo.
Rodotà dovrebbe chiedere chiarezza
Sarebbe bello se Stefano Rodotà, proprio perché persona stimabilissima e molto attento alle questioni di principio (per forza, è un giurista), chiedesse chiarezza a Beppe Grillo e al Movimento 5 Stelle sulle procedure di voto per le quirinarie e su quanti voti ha ricevuto ciascun candidato. Non che la cosa possa cambiare le carte in tavola, ma eliminerebbe un’innegabile ombra che al momento si staglia su tutta l’operazione.
Qualunquemente
Annoto quante imprese sono fallite dall’inizio dell’anno, quanti posti di lavoro si sono persi da quando la crisi è cominciata, quanto scende con costanza il credito e quanto questo alimenti fenomeni preoccupanti. Il partito che doveva offrire solidità si è liquefatto; quello nuovo, che doveva parlare delle “cose”, si fissa sui nomi; l’altro si arrocca. Sto diventando qualunquista, credo, ma a me sembrano matti.
Antonino il bamboccione
La vaghezza con la quale affrontava le domande nei talk show (lo faceva un po’ studente impreparato, di quelli che cercano di imbastire qualcosa perché non hanno studiato), il magrissimo risultato elettorale, i malriusciti tentativi di attribuire la colpa al Partito Democratico, i maldestri attacchi ai colleghi. Poi la vicenda di Aosta. Ecco, la vicenda di Aosta ci restituisce una perfetta immagine di Antonio Ingroia: si dibatte, accusa i poteri forti, intravede complotti, ma soprattutto in quella terra piena di montagne, neve,. cibi sconosciuti a lui ostili proprio non ci vuole andare, tanto da immaginare le dimissioni dalla magistratura. Una specie di bamboccione ultracresciuto che no, via dalla Sicilia non ci vuole andare. Un tipo pazzescamente italiano, che a questo punto, lo dico sapendo che la cosa non riscuoterà grande successo, mi fa persino tenerezza.