Dalla primavera araba all’inverno dei deficit


Le analisi sulle cause della cosiddetta primavera araba sono molte. Su una cosa tutte sembrano concordare: la bomba era piazzata, a dar fuoco alle polveri è stato il prezzo del cibo. A titolo di esempio il caso egiziano, dove tra il 2008 e il 2010 gli aumenti hanno sfiorato il 40%.

In realtà i governi non hanno mai sottovalutato il problema e hanno sempre elargito sussidi per cibo, visto che il complesso dei Paesi della zona importa dall’Estero (vedi grafico) circa la metà del fabbisogno. Già nell’aprile del 2008, per esempio, in Egitto c’erano stati scontri con l’esercito, ai quali Mubarak aveva risposto con uno stanziamento da 2 miliardi e mezzo di dollari in nuovi aiuti, con il blocco delle esportazioni di riso e ordinando allo stesso esercito di fare il pane e distribuirlo. Quasi tutti i Paesi dell’area, compresi Siria, Libano, Giordania, sono stati costretti ad aumentare i salari minimi e/o quelli pubblici negli ultimi tre anni. Ma c’è chi se lo può permettere, come chi ha il petrolio, e chi non può. Già nel 2009 la World Bank notava questo:

Forward-looking global economic models project that consumption of cereals and meat in Arab countries will continue to outpace production, leading to increasing dependence on food imports. Many factors contributing to the recent food-price shock appear to be more severe and enduring in Arab countries than elsewhere.

Il punto è che la strategia del sussidio è di brevissimo periodo. Quella di lungo prevederebbe, per esempio, un aumento della produttività nel settore agricolo (il paper della World Bank che ho linkato poco sopra può dare qualche indicazione). Strategia di brevissimo periodo, anche perché sta già creando voragini nei bilanci pubblici.

L’Egitto ha rivisto pochi giorni fa le sue previsioni sul deficit 2012, al momento indicato intorno all’8,7% del PIL, e ribadito le sue richieste di aiuto al Fondo Monetario Internazionale, adducendo come motivazione la rivolta dell’anno scorso. Il deficit siriano nel 2011 si è attestato all’11% del PIL, mentre anche Giordania e Libano viaggiano intorno alla doppia cifra. E là non c’è Commissione Europea o governo tedesco che richiami all’ordine.

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2 Risposte

  1. Grazie della segnalazione del paper della world bank, non lo conoscevo e lo leggerò senz’altro. A naso, però, c’è qualcosa che non mi convince: incrementare la produzione agricola è sempre cosa buona e giusta, nei limiti del possibile e del sostenibile (in questo caso penso ad esempio ai bilanci idrici di molti paesi dell’area), e sicuramente, anche se non conosco cifre e dati, è immaginabile che in quei paesi vi sia spazio per un incremento anche significativo. Quel che è più difficile credere è che questo incremento possa affrancare quei paesi, che per abbondanti porzioni di territorio sono scatole di sabbia, dalla dipendenza dall’estero.
    Credo tra l’altro che la “sovranità alimentare” esponga un paese o una regione ancor più alla volatilità dei prezzi, dato che è molto più facile che si abbia una penuria di raccolti in una regione ristretta piuttosto che su scala globale. Tra l’altro come si raggiunge questa indipendenza? In genere ci vogliono politiche protezionistiche, dato che spesso scaricare una nave di cereali che viene dalla Francia o dalla Turchia costa meno, a livello di TPF, che produrre in loco, e si rischia di subire contropartite. Più efficace secondo me sarebbe aprirsi il più possibile al mercato e al commercio internazionale, perché come mostra l’esempio della Svizzera (un po’ estremo, è vero) si può essere importatori netti di cibo (e di un po’ di tutto), e vivere lo stesso felici. Tra l’altro ci sono paesi nell’area del NordAfrica che hanno da offrire al mondo, tra petrolio e gas naturali, molto più di quanto non abbia la Svizzera. Se quelle risorse venissero impiegate per ammodernare le infrastrutture e proteggere gli investimenti esteri (ai quali dovrebbero aprirsi un filino di più) di quei paesi piuttosto che per erogare sussidi e sostenere tutto l’apparato burocratico necessario alla loro intermediazione forse sarebbe meglio.
    Ultima considerazione: il prezzo dei cereali è aumentato in tutto il mondo. Perché in alcuni paesi la cosa sfiora la catastrofe umanitaria, spingendo livelli di inflazione a due cifre, mentre noi nen ce ne siamo (quasi) accorti? La risposta sta nell’incidenza che ha il cibo nel bilancio di una famiglia: nel bilancio familiare di una famiglia occidentale il cibo incide mediamente per circa il 10%, e di questa percentuale solo il 20% riguarda il costo della materia prima, mentre il resto è il costo delle fasi di trasformazione, confezionamento e trasporto. Altrove invece il cibo ha un peso ben maggiore nel bilancio di una famiglia, in alcuni casi fino all’80%, e molti consumatori acquistano direttamente la materia prima grezza (si pensi al riso), esponendosi alla volatilità dei prezzi. Avevo pubblicato un grafico interessante in questo post http://lavalledelsiele.com/2011/07/07/prezzo-e-pregiudizio/, e la cosa mi suggerisce che bisogna cercare soluzioni globali, che aumentino la ricchezza della popolazione (l’Asia è un buon esempio, e lentamente anche l’Africa Subsahariana), piuttosto che ricercare, con politiche costose, di ridurre la loro dipendenza dalle importazioni.

  2. la Siria in questo momento ha altre cose a cui pensare ( e ha l’ Iran che la finanzia), per quanto riguarda l’ incremento della produzione agricola una cosa semplice sarebbe eliminare gli incentivi UE per il biodiesel e bioetanolo che di biologico hanno poco niente e destinare i terrini a culture alimentari

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