L’aumento dei contributi: ma non funzionavano meglio gli incentivi?


Tra gli elementi della riforma del mercato del lavoro che non mi convincono per niente (non è il solo) c’è l’aumento dei contributi per i contratti a termine. Serve a finanziare il nuovo trattamento di disoccupazione, l’Aspi, ma se ha anche l’obiettivo di scoraggiare i contratti a termine, è un elemento di debolezza assoluta. Dubito che un incremento dell’1,4% del costo contributivo possa convincere un imprenditore a fare un contratto a tempo indeterminato, piuttosto che uno di 6 mesi o un anno: per rendere efficace il tutto ci vorrebbe una disciplina dei licenziamenti forse anche più dura di quella che lo stesso Governo ha messo in campo e che – lo sappiamo tutti – non verrà approvata così com’è.

La questione centrale, però, a me che non sono un economista, pare un’altra. Mi risulta che, solitamente, gli incentivi funzionino meglio dei disincentivi. Dunque, se il Governo avesse voluto stimolare le assunzioni a tempo indeterminato avrebbe dovuto abbassare i contributi per questo tipo di contratti. Se avesse invece voluto favorire una maggiore mobilità, avrebbe dovuto sì costringere le aziende a pagare qualche soldo in più a chi assume con contratti non stabili, ma facendo sì che questi quattrini finissero direttamente nelle tasche dei lavoratori. I quali avrebbero avuto una scelta: posto fisso a stipendio più basso o posto “mobile” a salario più alto.

Ovviamente non sono un economista, quindi massima apertura a commenti e osservazioni.

 

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Una Risposta

  1. i contratti minori hanno funzionato per la loro facilità: creavano posti di lavoro a numero e permettevano manovalanza a basso costo. Alzarne il costo significherebbe cancellarli.
    Creare posti di lavoro? Magari agevolando fiscalmente la produzione di chi fa reddito da impresa. Magari non un taglio delle tasse, ma una agevolazione in quei correlati come le utenze o altro…

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