Fratelli di chi?


Guardate, la questione è vecchissima e sinceramente non ne posso più.

Il nostro inno è brutto, bello, simpatico, allegro, una marcetta, troppo trionfale, schiava di Roma fa un po’ guerra che noi ripudiamo, parole vecchie ecc. Poco interessante, davvero, ormai è il nostro inno punto e basta e non verrà sostituito. Quindi, cuore in pace.

Però, ancora una volta, la vicenda dell’insegnamento a scuola dell’opera di Mameli (così chiamato, ma erano sue solo le parole, la musica in realtà di Michele Novaro) e il successivo dibattito ci insegna qualcosa su quello che siamo, sulla nostra identità e su come la percepiamo. Sull’essere italiani insomma.

Il 2011, con le celebrazioni per i 150 anni dell’unità, mi ha portato a lavorare abbastanza intensamente sulla nostra storia. L’impressione è che una delle promesse politiche più impegnative e più citate della nostra storia, quella di “fare gli Italiani” dopo aver fatto l’Italia (Massimo D’Azeglio), sia rimasta in gran parte disattesa.

In un bel pezzo sul suo blog dedicato alle proteste delle province, Luca Sofri, scrive che “la mezza rovina italiana” è “il nostro aver rimpiazzato la comunità con la famiglia, con tutto il suo sistema di deroghe e contraddizioni”. Concordo con tutto, tranne che con il verbo: non abbiamo rimpiazzato niente, perché la comunità non si è mai costruita davvero.

Il nostro è sempre rimasto, in fondo, un Paese disgregato, dove il particolare, il locale, il molecolare hanno quasi sempre prevalso sul cosiddetto interesse generale. Da cosa nasce tutto questo?

United you stand

Non sono un sociologo e nemmeno uno storico, ma di certo gli elementi che si combinano sono molti, a partire da un processo di unificazione  frammentario e in parte (va detto) predatorio:  ne ha pagate le conseguenze non solo il Sud, che però già scontava – checché ne dica certa retorica meridionalista e neoborbonica – un ritardo infrastrutturale mostruoso e un accentramento sulla sola Napoli di un’industria pur fiorente, ma ne fu penalizzato anche il nord. Lo racconta bene Lorenzo Del Boca nel suo “Polentoni”, nel quale spiega, tra le altre cose, che una Lombardia e un Veneto ottimamente gestiti dal dominatore austriaco, furono costretti a modificare leggi, procedure, dirigenti pubblici, incamerando l’organizzazione e il personale di uno staterello, quello guidato dai Savoia.

Non scordiamoci che coloro che diventarono i Re d’Italia – tanto per dare la misura – parlavano a fatica l’Italiano, al quale preferivano il francese e il dialetto piemontese. Il famoso “Ci siamo e ci resteremo” dell’arrivo di Vittorio Emanuele II a Roma sarebbe stato, in realtà, un più modesto “I suma”.

E poi c’è la questione dei tempi di questa unificazione, molto recenti rispetto ad una Francia o una Spagna, per esempio, che nella loro storia al limite si sono espanse, ma mai disgregate; o anche di una Germania, di recente unificazione anch’essa ma accompagnata, evidentemente, da un retroterra culturale comune che nel nostro Paese non c’è mai stato.

Tutti questi ritardi e questi errori, per come la vedo, non li abbiamo ancora recuperati.

Le colpe della retorica (fascista e non solo)

Il fascismo si è nutrito di retorica risorgimentale. Ma la retorica è rimasta per molti anni l’unica maniera di trattare il tema dell’unità nazionale: le celebrazioni dell’anno scorso ne sono state la più evidente testimonianza. Può sembrare strano, ma 150 anni o poco più non sono molti nella vita di una famiglia, la quale, essendo spesso un organismo vivo, tende a conservare la memoria delle generazioni precedenti interiorizzandola. E sa che la retorica non è il modo corretto di trattare un processo faticoso e pieno di contraddizioni come quello di unificazione. Nel frattempo un pezzo della politica italiana – la sinistra, fondamentalmente – invece di correggere questi errori ha preferito operare una sorta di rimozione del movimento unitario: roba da fascisti.

E l’Inno?

Dunque l’Inno, la festa del 17 marzo sono falsi problemi, che generano questioni mal poste. Ovvio che un Paese debba festeggiare il suo momento fondativo e che si debba conoscere il proprio inno nazionale, ma in questo modo è, un’altra volta, un vuoto esercizio di retorica. Il patriottismo (che non è nazionalismo, giusto perché non ci si confonda) non si trasmette in questo modo, ma insegnando ad un Paese ad affrontare sé stesso, le proprie manchevolezze e i propri errori insieme alle proprie grandezze; quello di cui vergognarsi, insieme a quello di cui essere orgogliosi. Così, per come la vedo io, si crea una coscienza civica. Così, forse, si fanno gli italiani.

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