Ad un passo dal negro


Ho letto ieri questo post di Beppe Grillo nel quale si scaglia contro il politically correct. Dice tra l’altro

Il Sistema, nelle sue varie e molteplici forme, diverse, ma protette dal medesimo scudo di perbenismo, da una vernice di merda decennale che non puzza, ma soltanto “odora”, usa il politically correct per mozzare le lingue, etichettare, isolare chiunque ritenga altro a sé.

Ho pensato subito che in questo ragionamento c’è qualcosa che mi disturba profondamente. Di base sono uno favorevole al parlar chiaro e – in caso di cazzeggio – mi piace l’umorismo politicamente scorretto. Me ne vergogno un po’, sono come i bambini che ridono quando parlano di cacca e puzzette, ma tant’è. Però il discorso politico è diverso.

Così mi son ricordato di come fosse stato liberatorio, per certa gente, l’approdo della Lega sulla scena pubblica, lo sdoganamento della parola terrone, i cappi in Parlamento (anche quello è linguaggio). Liberatorio perchè rispondeva a pulsioni represse da tempo, a idee taciute a lungo proprio in nome del politically correct, ma che trovavano sfogo nell’umorismo da bar o da strada, nella chiacchiera in famiglia o con gli amici. Erano cose confinate in un ambito privato e anche per questo destinate a perdersi, con l’evolversi delle generazioni.

La Lega, alcuni pezzi della destra e del cosiddetto centrosinistra (penso all’Italia dei Valori) hanno cavalcato il politicamente scorretto, proiettando il presunto discorso politico in un ambito privato. Vista così, la cosa sembrerebbe aver avuto anche il merito di aver riavvicinato i cittadini alla politica. Ma questo discorso è per chi della politica ha un’idea ristretta.

Nella mia visione (che, capisco, in questi ultimi anni ha avuto scarsa cittadinanza) chi entra nelle istituzioni, specie con cariche elettive, dovrebbe rappresentare la punta avanzata del Paese. Il politico vero, per come la vedo, è uno che sa stare vicino agli elettori, ma sa anche e soprattutto tracciare una strada, disegnare un’idea di società che, secondo la sua visione, è migliore di quella che attualmente c’è. In questo disegno, il linguaggio non può non rientrare.

Il governo Monti ha molti demeriti, ma è stato eccelso, specie nella figura del presidente del Consiglio, nel cercare di modificare proprio questo aspetto. Tono raramente enfatico, ironia tagliente preferita allo sberleffo, mai un’alzata di voce o uno scatto di rabbia, ai quali troppo spesso ci eravamo abituati. Non è politically correct, è il modo giusto.

Sto divagando, però. Il politically correct serve a tenere a bada gli istinti più bassi, che pure pervadono pezzi della società, e a tenere fuori dal discorso pubblico tutta la violenza verbale che faticosamente e progressivamente siamo riusciti, spesso senza successo, ad escludere in questi anni. La violenza verbale – è bene ricordarlo – non è solamente l’insulto all’avversario politico o il libero utilizzo della parola “merda” come nel brano citato qua sopra, ma è anche dire in pubblico “negro” invece che “di colore”, “frocio” o “checca” invece di “omosessuale” o postare un commento in un blog molto seguito nel quale di Gad Lerner si scrive “non mi fiderei mai di uno col naso adunco”.

Ecco, quest’ultimo esempio dimostra che è già successo e i peggiori istinti si stanno già liberando. Il passo dal politicamente scorretto nel linguaggio a quello nei fatti – lo ricordo a chi non avesse studiato accuratamente la storia del 900 – tende ad essere piuttosto breve.

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3 Risposte

  1. […] Qui trovate l’intero post dal blog di Simone Spetia, “Minuzie”. […]

  2. Credo che si debba distinguere tra buona educazione e ipocrisia e tra esteriorità dei gesti ed essenza dei messaggi.

    Se togliere la patina di guano significa mangiare con le mani a tavola, ruttare e mettere i piedi sul tavolo, si diventa banalmente dei bifolchi, non delle persone corrette.

    Secondo me si può parlar chiaro parlando bene; magari, e qui un pochino (ma poco) do ragione al ministro Fornero, enfatizzando i messaggi nella loro interezza ed essenza, non nelle singole parole. “choosy” mi aveva stufato 8 ore dopo che è stato pronunciato, mentre c’è qualcuno che (perdonate il francesismo a quest’ora antelucana) c’è ci ci mena il belino ancora adesso.

  3. io che non amo il politically correct (lo considero una piaga per certi versi) e adoro un certo umorismo politically uncorrect quando è maneggiato da chi sa usarlo (autori USA sopratutto) sono d’accordo che chi entra in politica dovrebbe usare un linguaggio adeguato (va detto però che se le idee di fondo sono aberranti…). In generale bisogna capire chi ha detto la tal cosa e in quale contesto: il terine “negro” se usato in un film di Tarantino o in The Boondocks ha un senso totalmente diverso rispetto a quando compare in bocca a Borghezio

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