Come vent’anni fa


Ieri avevo una giornata libera ed è per pura curiosità, giornalistica e personale, che in mattinata mi sono fatto due passi in centro a Milano, a dare un’occhiata alle manifestazioni. Da quel che sono riuscito a capire erano almeno tre: due tronconi di quella degli studenti e una “ufficiale” della Cgil.

Piazza Duomo

Prima tappa, piazza Duomo. Sono arrivato che si era quasi tutto concluso, si era al comizio finale. Una sequela di banalità sulla crisi, sul fatto che non vogliamo l’austerità, no a Marchionne e così via. Sotto il palco ci saranno state un centinaio di persone, forse duecento, intoro altra gente distratta che chiacchierava in gruppetti, tenendo in mano morbidamente bandiere o striscioni semiarrotolati. Molti capelli bianchi o vicini ad esserlo, studenti sparsi su gradinate e appoggi vari a chiacchierare tra loro. Tutto si chiude con l’Internazionale, cantano in pochi.

Gli studenti

Seconda tappa, corso Magenta e varie. Il grosso del corteo era da un’altra parte, là dove ci sono state cariche e scontri. Lungo via De Amicis manifesti, scritte con la vernice, qualche uovo (o cachi?) lanciato contro i muri. All’approdo in piazza della Resistenza Dal megafono si parla di università e scuola pubblica, si usa l’espressione “Rigor Montis” per indicare il presidente del Consiglio (Grillo, in qualche modo, passa), alla fine cantano tutti “chi non salta un fascista è” e cose simili.

Tutto uguale

Vent’anni fa, quando andavo a scuola, questo mondo l’ho vissuto: ho sfilato, ho preso qualche manganellata, respirato lacrimogeni, preso botte dai fascisti. Ieri ho avuto la netta impressione che tutto fosse cristallizzato. Gli slogan, le parole, persino la musica diffusa dal camion, le facce, i vestiti, l’odore delle canne: tutto uguale a quando in piazza ci scendevo io. Ovvio, cambia la prospettiva, che a noi pareva di avere più ampia di quanto non l’abbiano questi ragazzi, anche se i fatti hanno dato torto alle aspettative di molti di noi. Per il resto tutto suona come lo stanco ripetersi di clichè di piazza, il quale comporta una risposta altrettanto scontata: il non ascolto. In fondo perché un Governo o una società civile dovrebbe rispondere a chi si limita a recitare slogan vecchi di quarant’anni?

Dunque, mentre i giornali continuano a dividersi secondo uno schema di massima che prevede “sbirro contro compagni” / “i nostri ragazzi assaltati dai black bloc”, la riflessione più interessante mi sembra quella di Francesco Costa. Il titolo riassume quello che penso: il format della piazza va riscritto.

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3 Risposte

  1. “tutto suona come lo stanco ripetersi di clichè di piazza, il quale comporta una risposta altrettanto scontata: il non ascolto. In fondo perché un Governo o una società civile dovrebbe rispondere a chi si limita a recitare slogan vecchi di quarant’anni?”

    Concordo, con gli slogan non si arriva da nessuna parte.

    Poi c’è anche chi non si limita agli slogan: studia, si informa, aggrega saperi, propone alternative con uno sforzo immane e perciò non sostenibile nel tempo. Eppure il governo, nè quello centrale nè quello del territorio ascolta. A volte la società civile ascolta, senza troppo mostrarsi e dare nell’occhio, e poi tira dritto per la sua strada.

    I comitati che hanno lavorato su Taranto l’hanno dimostrato: hanno fatto una vera e propria “resistenza partigiana”, per usare una definizione felice che dei comitati dà Don Andrea Gallo, informata competente ed esperta… spesso molto più esperta dei decisori a cui si è rivolta negli anni. Alla fine hanno vinto, perchè hanno resistito. E perchè avevano ragione. Non hanno vinto perchè il governo, locale o centrale, li ha ascoltati. Hanno vinto perchè hanno prodotto prove stringenti che la magistratura non ha potuto non vedere.

    Ci sono naturalmente altri esempi. #sapevatelo prima di fare un gran mucchio.

    E poi, dopo, chiedetevi se la nostra è una democrazia in cui si possono esercitare diritti o è una non-società… in attesa di migliore e non trita definizione.

    grazie
    @speziapolis

    1. Daniela, siamo perfettamente d’accordo. Gli esempi che hai portato dimostrano che l’impegno civile costante porta risultati molto più di quanto non facciano due urla in piazza. Che spesso sono un grido di rabbia, pur comprensibile, e poco altro. Al limite prove di forza che, nel 2012, iniziano ad avere poco senso.

      1. Impegno civile: non a caso ho citato resistenza e partigiani. E’ un lavoro a tempo pieno, non retribuito e che attira gli strali dei decisori pubblici a cui di volta in volta ti rivolgi inascoltata. Con tutto quel che ne consegue, siccome siamo in Italia. Siamo tutti d’accordo sui contenuti ma la cittadinanza attiva in Italia è massacrante, fidati, perchè non c’è rispetto delle regole che la normano e la legittimano. Si fa fatica ad accedere agli atti amministrativi, che dovrebbero essere messi a disposizione… Ci sono state sentenze del TAR Liguria che hanno dato ragione all’Ente che negava ai cittadini l’accesso ai bilanci. Hai visto mai? Vero eh.
        Al proposito, ho beccato oggi uno slogan del PD molto interessante. E vale anche come esempio. Loro hanno impiegato niente a farlo, e l’hanno pagato con i nostri soldi, io ho speso certo più di un’ora a scriverne. “A gratis” Qui http://speziapolis.blogspot.it/2012/11/perche-lemergenza-non-sia-la-regola.html grazie, ciao

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