Il senso di un’intervista #noveinpunto


Un mese fa ho avuto l’onore di vedermi assegnata una trasmissione importante su Radio24, peraltro in sostituzione di un collega, Oscar Giannino, che considero straordinario e che ora ha deciso di intraprendere una sua battaglia politica. Nell’ambito di questa trasmissione ho avuto modo di intervistare quattro dei sei principali candidati premier o “capi della coalizione”, sottoponendo il mio lavoro – da quando uso Twitter lo faccio sempre – al giudizio di chi mi segue o di chi decide di scrivermi tramite i social network. Oggi è stata la volta di Silvio Berlusconi, ma abbiamo ospitato anche Monti, Bersani e Ingroia.

Ad ogni intervista – ma con Berlusconi questo è avvenuto con particolare intensità – i giudizi sono divisi in maniera netta, tra chi pensa che sia stato troppo morbido e chi ritiene invece che le domande siano state quelle giuste. Un’intervista dipende da molti fattori: il momento nel quale si fa, la condizione dell’interlocutore, il mezzo, i tempi nei quali questa intervista deve essere realizzata. Ma dipende ovviamente anche dal modo nel quale il giornalista affronta l’intervista stessa il che, alla fine, è anche parte del suo modo di intendere il mestiere. Dunque, dato che tendo a considerare più importanti le critiche che i complimenti, arriva il monento dell’analisi. O meglio, dell’autoanalisi. Come intendo io il mestiere? Questo post è un ragionamento privato, reso pubblico, su questo tema. Forse divagherò e non andrò dritto al punto, abbiate pazienza.

Inizio da come NON intendo il mestiere.

Non mi piace il giornalismo alla Santoro o Travaglio, così come non mi piace il giornalismo alla Sallusti o Belpietro. Non mi piace il giornalismo militante. Intendiamoci: lo trovo utile perchè dà uno spaccato diverso della verità (che non è mai una, a differenza di quello che molti pensano), una lettura dei fatti alla quale non si era pensato. Quindi utile, ma non è il mio genere e, probabilmente, non si adatterebbe nemmeno a Radio24. Ma faccio un paio di esempi di come potrebbero essere domande di quel tipo.

A Berlusconi: “Ma Lei si rende conto che ha minato la credibilità italiana? E che le cancellerie europee la vedono come la peste?”

A Ingroia: “Dottor Ingroia, si rende conto di quanta poca sostanza hanno le cose che dice?”

A Bersani: “Nella sua coalizione c’è gente che propugna un’idea di economia che sarà vecchia di vent’anni….”

E così via. Mi chiedo: sarebbe utile una cosa di questo genere o servirebbe solo a far alzare la temperatura, a rendere inutile il confronto? Sinceramente, è una domanda alla quale non so dare risposta. Propendo per la seconda ipotesi, però.

L’altra derivata del giornalismo schierato è l’intervista compiacente, quando non inginocchiata. Gli esempi sono mille, da una parte e dall’altra. Travaglio con Grillo, Santoro con Di Pietro, Belpietro con Berlusconi. Questa roba serve ancora meno.

Poi si può cercare una via di mezzo ed è la via che ho scelto. Per me è più importante che il confronto avvenga in maniera pacata e si riescano a far emergere, dalle risposte degli ospiti politici, le molte contraddizioni nel loro pensiero e nelle loro proposte, magari sottolineandole con altre domande. Non mi interessa arrivare allo scontro, voglio che chi legge/ascolta/guarda si faccia un’idea, senza che gli debba ammannire la mia. Per quello c’è Twitter.

Un’ultima nota riguarda il periodo particolare che stiamo vivendo: questa è la campagna elettorale, la fiera delle promesse nella quale ognuno ha il suo stand. Cercare buchi nelle promesse è facile, ma è anche facile per loro tapparli con altre promesse. Vostri commenti benvenuti.

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16 Risposte

  1. Giornalismo da giornale = strumento di informazione. I giornali indipendenti informano, quelli schierati fanno volantinaggio per coloro che non amano essere contraddetti. Per me vai benissimo così

  2. Penso che chi conosce Spetia ed il suo stile, sa già cosa aspettarsi da queste interviste: equilibrio, domande basate su dati, nessun timore reverenziale. Le critiche quindi sono sicuramente militanti, ne sono certo, e dato il tono di questa campagna elettorale, è inevitabile.
    Ma la cosa interessante che emerge dai confronti più commentati (D’amico/Berlusconi, Formigli/Bersani, Spetia/Berlusconi, Annunziata/Monti per citarne alcuni), è che il focus si sta spostando sui giornalisti, sia perchè i politici vanno in giro a dire più o meno sempre le stesse cose, sia perchè lo stile giornalistico e la posizione assunta nei confronti del potente di turno, è ormai oggetto di analisi e di dibattito (specie su Twitter).

  3. ho trovato l’intervista equilibrata e ragionevole, adatta per una trasmissione come quella che conduci.lo scontro c’è già ovunque, e come dici giustamente per tutto il resto c’è twitter.ad majora

    1. Non ho potuto sentire integralmente l’intervista. Certamente Berlusconi come Monti o altri sono abili ad evadere e sviare domante o considerazioni scomode. Certamente Berlusconi è il “cliente” più complesso, ma devo dire che un pochino più di incisività non sarebbe guastata senza per questo aggredire o insultare. Per fare un esempio ho molto apprezzato Floris ieri sera a Ballarò sempre con Berlusconi per i toni ed il metodo usato.
      Una domanda che gli avrei fatto è: “Come pensa di poter cambiare il sistema utilizzando lo stesso sistema che glielo avrebbe impedito di cambiare fino ad ora”?
      Ammesso che la colpa del fallimento sia il sistema… se uno incolpa le regole per non essere in grado di giocare, forse è perché non è capace e quindi cambi gioco. Non è accettabile continuare a dare la colpa alle regole del gioco, ai decreti leggi, alla corte costituzionale, all’assetto istituzionale se hai governato 8 degli ultimi 10 anni e non hai mai fatto quanto ora prometti di fare.
      Un’altro aspetto che meritava un inciso secondo me è la bufala che sia stato il centro sinistra a chiedere il referendum per il cambio della costituzione promosso dal suo governo nel 2005, lasciando intendere che il cdx l’avesse fatta ed il csx l’avesse poi abolita. E’ una menzogna, il referendum confermativo per le modifiche costituzionali è previsto dalla costituzione stessa se non si ha la maggioranza dei 2/3 (mi pare). Il referendum era obbligatorio ed ognuno ha ovviamente fatto campagna per la posizione che più riteneva giusta, ma nuovamente è una bugia ed è addossare ad altri i propri fallimenti.
      In ogni caso Simone, apprezzo equilibro e stile, e mi rendon conto che in nemmeno un’ora e con i tempi radiofonici sia molto difficile incidere un po’ di più.

      1. Piccolo inciso sul commento e non sul tema del post: sul singolo punto dei referendum ha ragione Berlusconi in realtà, poiché le modifiche costituzionali approvate senza maggioranza qualificata vanno a referendum non obbligatoriamente ma solo se questo è richiesto, entro tre mesi, da (cito l’art. 138) “un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali”. Se non è richiesto, per ipotesi, per modificare la Costituzione basta la maggioranza assoluta. Suppongo che a richiederlo siano stati parlamentari/consiglieri/elettori di centrosinistra, ovviamente.

        http://www.governo.it/Governo/Costituzione/2_titolo6.html

      2. X Corrado.

        Grazie della puntualizzazione, andavo a memoria delle lezioni di diritto di almeno una quindicina di anni fa.
        Sul piano costituzionale aveva, per una volta, quindi ragione Berlusconi.

        Sul piano politico era prevedibile che l’opposizione chiedesse il referendum se non si è negoziato con la stessa modifiche condivise che raggiungano l’appoggio dei 2/3 (vado sempre a memoria).
        Da che mondo è mondo l’opposizione si oppone per partito preso, succede in tutto il mondo, è solo qui che grazie alla propaganda martellante di anni, alcune pretendono che l’opposizione proponga…

  4. Buongiorno Simone, la seguo sempre e anche stamattina. Sono daccordo con le sue considerazioni. Vorrei dire, però, che queste persone ricoprono ruoli da anni e anni con garanzie che vanno al di là del buon senso. Dimostrando giornalmente e costantemente da anni incoerenza e incapacità verso la vita dei cittadini, lentezza ingiustificata nella gestione generale delle attività e nelle decisioni da prendere e rendere effettive nell’immediato, oggi più che mai di grande urgenza. Quindi, premesso che lei dimostra professionalità e correttezza, come si può solo con parole far “confessare” da loro le loro colpe e responsabilità? E a cosa servirebbe concretamente? Perchè la concretezza è una delle cose più importanti, secondo il mio punto di vista la più importante; proprio perchè rendendo le idee concrete (o comunque in senso più generale “concretizzare”) è un parametro fondamentale. Soprattutto per chi esercità poteri riguardanti la società intera. Oramai questi signori fanno parte di un sistema, che loro hanno contribuito a far crescere, che gira su se stesso e, per questo, non sono e non vogliono essere in grado di migliorare le condizioni, am meno che non si tratti di loro. Analizzando ciò che ci si presenta nel quotidiano questoè il mio giudizio.
    Io sono letteralmente estasiato e contento che Oscar Giannino e i suoi colleghi abbiano dato il “la” a questa nuova importatissima iniziativa. Sono iscritto a Fare, sono un loro atttivita e presto mi tessererò.
    Mi sono dilungato, spero di essermi espresso correttamente e chiaramente e la ringrazio.

  5. Simone, sono d’accordo con l’impostazione metodologica che ti sei dato. Premesso che quindi mi piace il tuo approccio, mi sei parso morbido con Berlusconi. Ho voluto risentirti e ti segnalo quello che mi paiono i passi dove forse avresti potuto mordere un po’ di più:
    – 13′: B. dice che non ha potuto fare riforme nel settore penale perchè Fini e Casini “volevano tenersi buona la magistratura” (non per perchè avevano un po’ di dignità nel non avallare leggi ad personam, vero?)
    – 33′ “io sono al tavolo dei capi di Stato e di governo” (ma quando? non è che vive nel passato? e comunque ha svicolato la domanda che avevi fatto – quella sulla credibilità internazionale e sul fatto che Monti gli è preferito in sede PPE. Magari era il caso di rilevarlo)
    – nel complesso mi è parso che gli hai dato un sacco di spazio e così il risultato è stato un comizio più che un’intervista.

    Comunque mi piace come hai preso in mano 9inPunto.
    PS. perchè non cominci a non chiamare sempre ‘sti polici con un titolo (“Presidente” è tipico), ma con nome e cognome. Lo so che romperesti una pratica consolidata, ma questo continuo uso di titoli non professionali a me suona fastidioso.

  6. Il mio post non voleva essere una risposta diretta a nrzero, ma all’apertura di Spetia, poco cambia comunque.

  7. In questa situazione tragica con risvolti amaramente comici, penso che il tuo approccio sia uno dei pochi possibili e sobri.

  8. Premetto che il mio modello e’ la BBC, di cui ascolto quasi regolarmente Radio 4.

    Fino a qualche anno fa era impensabile che un politico facesse un’intervista con domande non preconfezionate.
    Pian piano stiamo andando verso un sistema con una stampa (una parte di essa) piu’ indipendente e dei politici che devono adeguarsi ad un confronto “vero”. L’auspicio e’ che la stampa che fa zerbino e quella che costruisce la notizia sul litigio vengano relegate ad estremi e non siano piu’ la norma.
    Non si arriva ad un confronto con domande veramente fastidiose senza un passaggio graduale, altrimenti il politico di turno alza gli scudi e la notizia diventa l’alzata di scudi.
    In sostanza, bene hai fatto secondo me a fare le domande giuste senza cercare la lite.

    Una nota a latere: l’incipt di Berlusconi in cui tenta di mettere a disagio l’interlocutore (la battuta su nove in punto) e’ un metodo un po’ datato. Di contro bisogna riconoscere che qualcuno ha insegnato bene a Berlusconi come si parla (almeno in radio) perche’ alza quasi impercettibilmente il volume della voce per segnare le parole chiave e non usa allegorie o espressioni tipiche di una certa regione.

  9. Sig. Spetia, la trasmissione di stamattina mi ha lasciato con l’amaro in bocca. Praticamente è mancato il contraddittorio, specialmente sui temi economici, piatto forte della Sua testata. Sulla restituzione dell’IMU e l’abolizione dell’IRAP, per esempio, non è stato dimostrato al Suo interlocutore che le coperture dichiarate erano inconsistenti; non è stato neanche contraddetto, dati ISTAT alla mano, sulla fantasiosa idea che il nostro Debito Pubblico sia al di sotto del 100% del PIL. Giannino, ieri a Ballarò, è stato molto più efficace! E poi sulle alleanze: gli andava ribattuto che si sta di nuovo alleando con chi non gli ha consentito di modificare la legge elettorale dimostrando che, anche stavolta, come le altre volte non potrà far nulla perchè, se anche fosse capace di dirigere un’azienda, di certo non è capace di governare in democrazia. Con stima

  10. due cose:
    se non fosse stata l’intervista al cavaliere , avrebbe sentito la necessità di queste precisazioni o sono solo il frutto del pressing ricevuto dai commenti on line?

    purtroppo ho ascoltato solo in parte la sua intervista, quindi non posso permettermi alcun commento. le battute finali ( ho sentito solo gli ultimi 10 minuti) sono stati veramente esilaranti, il cavaliere che cercava di prendersi l’ultima parola e lei che diceva “no!no!no!”.
    lì non ho capito: paura per lo sforamento di tempo o timore del “colpo di scena” tipico dell’uomo?

  11. Mario Tedeschini Lalli |Rispondi

    Simone, non ho ascolato le tue interviste e arrivo in ritardo a commentare, ma il tema che sollevi merita una riflessione – come suol dirsi – “a prescindere”.

    Io penso che l’intervista – in quanto tale – ha un solo scopo: dare la parola all’intervistato. Parlo delle interviste come le facciamo noi, non solo in radio ma anche sulla stampa scritta: con le domande e le risposte (nel resto del mondo la stampa scritta usa questa formula solo in rare occasioni, per radio e tv ovviamente è diverso). In questo senso non credo alle interviste “muscolose” all’idea che il giornalista debba essere un “contraddittore”: il contraddittorio c’è quando c’è un dibattito tra due o più persone (due candidati, due artisti ecc.), ma il giornalista non è e non deve solitamente essere “parte” del contraddittorio.

    L’intervistatore deve cercare, nella misura del possibile, di fare domande che facciano risaltare che facciano emergere ciò che l’interlocutore pensa “veramente” — qualunque cosa voglia dire “veramente”. Se è possibile creando le condizioni tecniche, ambientali e psicologiche perché l’intervistato in qualche misura si “apra”, allentando il controllo sulle dichiarazioni del messaggio pre-confezionato che a priori intendeva mandare. In questo senso è utile l’insistenza dell’intervistatore su alcuni temi (che però mal si addice a una intervista in diretta — poi un giorno parleremo dei danni che dal 1975 in poi ha inflitto all’informazione la fissazione della diretta come “democrazia”). Nella misura, anche blanda, in cui questa apertura riesca, Ciò è di per sé un successo dell’intervistatore.

    Naturalmente se l’intervistato fa delle affermazioni contrarie alla verità fattuale particolarmente evidenti ed eclatanti, l’intervistatore dovrà cercare di contraddirle. Nel caso specifico di Berlusconi la cosa è particolarmente più difficile perché usa la tecnica di seppellire l’interlocutore di parole e di fatti/dati (o pseudo-fatti/dati), che rende tecnicamente molto, molto difficile “mirare” a uno.

    Alla fine di tutti i conti, nella forma intervista l’ultima parola spetta all’intervistato. E’ lo scopo stesso dello strumento, chi si aspetta diversamente sta chiedendo un prodotto giornalistico che NON E’ l’intervista.

  12. Apprezzo molto Spetia per l’ equilibrio e l’ ironia dei suoi tweets. Però mettere sullo stesso piano Travaglio con Sallusti e Belpietro è una autentica bestemmia. Urge rettifica.

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