Grillo, Berlusconi, Tatarella. Insomma, una cosa sui giornalisti


GRILLO GIORNALI

Noi giornalisti abbiamo una naturale tendenza ad essere corporativi, non più accentuata rispetto ad altre categorie professionali, ma con la differenza che abbiamo una voce più potente. Il fatto stesso di avere una voce più potente fa sì che i nostri lettori, ascoltatori, telespettatori percepiscano il nostro corporativismo con una forza molto maggiore, specie quando commettiamo errori. Non sono pochi i casi nei quali abbiamo difeso acriticamente giornalisti che avevano palesemente sbagliato, invocando la libertà di stampa anche quando non c’entrava nulla. Il refrain è lo stesso usato per i politici: i giornalisti sono intoccabili, in definitiva “siete una casta”. Abbiamo senza ombra di dubbio alimentato questa visione.

C’è un altro refrain tipico: “non vi occupate dei problemi della gente”. E’ parzialmente vero: gran parte della fruizione dell’informazione avviene per via televisiva e, in specie, attraverso i telegiornali, che spesso si compongono di un’ampia pagina politica (“la politica politicante”), di cronaca nera (“sciacallaggio”), esteri (dei quali, notoriamente, non frega niente a nessuno), meteorologia, cronache vaticane e raramente di problemi delle imprese, conti dei cittadini, economia reale, problemi del trasporto pubblico locale e nazionale, burocrazia. E’ la classica differenza tra quello che un lettore/telespettatore percepisce come argomento degno di interesse e quello che noi percepiamo come notizia: l’autobus arriva in ritardo, ma il giornale locale si occupa dei problemi della giunta cittadina; la mia azienda ha debiti fino al collo, il giornale si occupa dello scontro tra Fiat e Fiom; non ho lavoro e tu scrivi retroscena dalle stanze ovattate della politica (“contiguo al potere”).

Ovviamente è una generalizzazione e, in quanto tale, sbagliata: ci sono straordinarie trasmissioni televisive di inchiesta, eccellenti pagine di servizio e di denuncia sui giornali, splendide [:-)] trasmissioni radiofoniche. Insomma, è pieno di giornalisti che fanno il loro mestiere, se non in maniera eccellente, almeno in maniera decorosa. In generale è vero che c’è una sottovalutazione dei problemi “spicci” e anche – mi si consenta – poca attenzione ad una serie di realtà apparentemente marginali che sono il brodo di coltura dello zoccolo duro di Grillo: le comunità locali che lottano contro le grandi e piccole opere, quelli che vedono il sotterfugio politico o finanziario dietro ogni decisione, quelli del “complotto”, ma anche del “vogliono fregarci” (lo stesso frame di Striscia la Notizia: Giuliano Santoro, nel suo bel libro “Un Grillo qualunque” parla a lungo proprio del rapporto tra Ricci e il leader del 5 Stelle), i disperati, quelli che pensano che non ci sia più nulla da perdere. Non dico che si debba ergere questa umanità a lettore tipo, ma che questo mondo lo si sia preso sottogamba sì: aveva bisogno di essere rappresentato sui media, non ha avuto soddisfazione.

Grillo sguazza in quel brodo di coltura, ha eccellente gioco nel dipingere i giornalisti come li dipinge e in questo modo attira consensi. Il fenomeno non è nuovo, visto che Berlusconi ha sempre utilizzato la stessa tecnica, sia nei rapporti con la stampa, sia come metodo di azione politica: il presentarsi come uomo fuori dall’establishment è stata fin dall’inizio la sua cifra.

La grande stampa internazionale non ha giudizi propri ma esprime i giudizi dei corrispondenti e su questi le sinistre hanno lavorato benissimo. Tra gli stessi corrispondenti ci sono molti che fanno capo alle sinistre. Anche qui ci sono i comunisti e i giornalisti che a loro rispondono (1994)

Ma giova ricordare anche, tornando sempre al 1994, questa intervista di Pinuccio Tatarella, forse prima vera evocazione pubblica dei cosiddetti “poteri forti”, tra i quali, manco a dirlo, c’erano “i gruppi editoriali con le loro intese”. All’epoca Tatarella era vicepresidente del Consiglio del Governo Berlusconi.

A ben pensarci lo volontà di screditamento della categoria prende corpo e visibilità allora, si incarna, per così dire, nel Cavaliere. Grillo ha raccolto i frutti di questa operazione e, sempre a ben pensarci, il parallelismo funziona anche sotto altri aspetti: laddove il Cavaliere aveva le televisioni, Grillo dispone di uno dei siti più popolari d’Italia; entrambi possono fare a meno dei giornalisti, mentre i giornalisti non possono fare a meno di loro, pena la rinuncia ad informare; infine, facile facile, la perfetta identità sostanziale tra la consegna di una videocassetta ai telegiornali e un post sul blog. La sostanza è che c’è un ampio pezzo della popolazione italiana (grossolanamente un 45% dell’elettorato) che è convinto che dei giornali e dei giornalisti non ci si possa fidare e ha la prova che giornali e giornalisti si possano “saltare”: il rapporto con il leader è diretto, disintermediato e per informarsi ci sono altri mezzi, spesso quelli dello stesso leader oppure “la rete”.

Già, la rete. E’ finita, apparentemente, l’epoca nella quale il parlamentare veniva ad implorare o chiedere la diffusione di un comunicato o del suo pensiero: se il parlamentare del M5S vuole esprimersi, mediamente lo fa su Facebook. Nella categoria dei giornalisti questo può comprensibilmente generare smarrimento e scatta lo stesso loop che Berlusconi ha creato con i magistrati: lui tira legnate, loro si arroccano e così, quasi involontariamente, fanno il suo gioco dandogli implicitamente ragione. Sgolarsi sugli “attentati alla libertà di stampa”, purtroppo, serve a poco o nulla: dentro questo fascio d’erba finiscono tutti, compresi i migliori, i liberi, i seri, gli equilibrati, che sono tanti.

Le colpe della categoria sono molte, a partire dalla mania per il retroscenismo. In fondo è lo specchio della mania del complotto e spesso la alimenta, è il voler o il dover scrivere qualcosa anche quando non c’è proprio niente da scrivere, che nelle parole di Vito Crimi diventa “fanno solo gossip”. Poi c’è il gusto per la presa in giro dei nuovi, la sottolineatura di inadeguatezze e follie di deputati e senatori del Movimento 5 Stelle. Ci siamo divertiti tutti a giocare su quel parlamentare convinto che negli Stati Uniti installino microchip sottopelle, ma non abbiamo fatto altrettanto, per esempio, in merito alle interrogazioni parlamentari sulle scie chimiche: sono 14, una porta la firma di Katia Belillo (Comunisti Italiani), due dell’UDC Amedeo Ciccanti, una di Antonio Di Pietro.

Ma ieri, mi ha fatto notare un collega di corso assai più lungo del mio, c’è stato un salto di qualità: Grillo ha fatto esplicito riferimento ad un giornalista. Mi dice il suddetto collega: “Simone, giro sempre in autobus e sento cosa dice la gente, prima o poi qualcuno ci tira una coltellata”. Non voglio credere che si possa arrivare ad episodi di violenza, ma le parole di questo collega (persona posata e riflessiva) devono far riflettere sul clima velenoso che in troppi stanno alimentando. Ieri Grillo ha passato il segno, su questo – consentitemi – non si discute.

Più in generale l’appello ai colleghi è a stare sulle cose. Un esempio: il Movimento 5 Stelle andrebbe massacrato per questo tentativo, privo di qualsiasi base economica e conoscenza dei fatti, di dipingere il decreto per il pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione verso le imprese come una “porcata di fine legislatura”. Stare sulle cose, stare sui fatti. I lettori, gli ascoltatori, i telespettatori, ne sono certo, alla fine capiranno.

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6 Risposte

  1. Ok, sono d’accordo quasi su tutto, ma la qualità in generale dell’informazione e’ modesta: direi troppa cronaca (gossip) e poca informazione fondata su fatti certi ed accertati (inchieste e analisi storiche)

  2. In contrtendenza con chi vi detesta io apprezzo molto il vostro lavoro perchè mi aiuta a capire offrendomi la possibilità di spaziare da una parte all’altra. E non credo comunque di essere fra i pochi che ha voglia di seguirvi. Credo che il mondo senza voi sarebbe piú piatto.

  3. La qualità media è infima, i fatti sono riportati in maniera sciatta e superficiale… Poi la mania di riportare proprie opinioni, spesso strampalate, il mettersi a traino di ogni demagogo, incensandolo inevitabilmente come imprescindibile innovatore e novello prometeo, il lavorare sull’appeal mediatico tenendosi ben lontani dalla logica e dal buon senso, il non essere capaci di farsi rispondere, il non usare mai la seconda domanda, il non sapere mai esattamente di cosa si sta parlando (fact checking come novità), l’essere forti con i deboli e le persone serie, debolissimi con i forti e i parolai, inutilmente ironici nella tragedia, seri e compunti nella farsa. Da Benito in poi li avete portati su tutti e questo è il paese che ci ritroviamo, a causa di un popolo mantenuto dolosamente nell’ignoranza e di un sistema dell’informazione inadeguato e connivente. C’è qualche eccezione ma siamo comunque nel campo dell’irrilevanza rispetto alla macchina complessiva.

  4. Voler solo pensare di paragonare le televisioni in mano a Berlusconi nel 94 ( con annessi giornali , editoria e raccolta pubblicitaria) ad un blog, per quanto molto seguito, è una cretinata che fa perdere credibilità a tutto il ragionamento.

  5. Si guarda il modo migliore per inchiodarli e’ stare sul breve termine: loro leggono i loro 20 punti e tu gli chiedi la copertura dell’iva di giugno, oppure come vogliono gestire gli esuberi da spending review nella pA entrò maggio. Cose così. A proposito degli esteri, non frega niente solo a sfigati come gli italiani, già in svizzera per esempio, dove si respira cultura cosmopolita anche nelle stalle delle mucche, gli esteri sono ottimamente gestiti e seguiti.

  6. La Presidente della Regione Umbria è Katiuscia Marini, non Katia Belillo. Per il resto, condivido dalla prima all’ultima parola.

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