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Ciao, amici garantisti, siamo finiti


Premetto che non c’ero quel giorno davanti all’hotel Raphael a lanciare monetine a Craxi, anche se quel giorno sembrava che ci fossero tutti e che poi tutti (o quasi) quelli che c’erano si siano pentiti. Ci sono andato, ma credo di esserci andato qualche giorno dopo: erano venuti alcuni tizi dal Mamiani e hanno detto “oh, andiamo a far casino”, così ci siamo mossi in corteo e abbiamo sventolato un po’ i portafogli sotto l’albergo.

Premetto che poi mi son fatto trascinare in questo gorgo. Assistevamo ai servizi sui processi nei telegiornali, vedevamo l’imputato Cusani e le arringhe dell’avvocato Spazzali, ma soprattutto la teatralità di Di Pietro che ci pareva il salvatore della patria e ci siamo iscritti in massa a giurisprudenza, molti (come me) senza farsene nulla. Mi piacevano gli avvocati, ma ero dalla parte dei magistrati, trovavo fico il tintinnar di manette, specie quando risuonava per i potenti. Ci eravamo persi il ’68, ne vivevamo i benefici e le scorie, e quella ci pareva la nostra rivoluzione, anche se non c’entravamo nulla. Non era una roba dal basso, quella.

Premetto e ammetto che quando è arrivato sulla scena Berlusconi non avevo capito bene la portata della cosa e i suoi attacchi ai magistrati mi parevano solo una cosa sguaiata. Lo erano, ma non erano solo questo. Osservavo con ammirazione il modo nel quale Giulio Andreotti (!) affrontava i processi e per anni ripetei la sua definizione dei magistrati, “sacerdoti laici”, e li sacralizzai, spogliandoli della loro umanità e della loro capacità di sbagliare. Mi sembrava, tra l’altro, che Berlusconi, con tutti quei guai giudiziari, con quella massa di sospetti addosso, fosse veramente “unfit to lead Italy”. Poi probabilmente lo era, ma non tanto e non solo per quei motivi.

Premetto che ho anche provato a leggere qualche libro di Travaglio, vincendo la noia per l’enormità di carte processuali ivi riportate ed esibendone fieramente i dorsi nella mia libreria. Sono arrivato a pensare – un po’ come tutto il Paese, ancora oggi – che i cronisti di giudiziaria siano una delle massime espressioni del giornalismo. Ce ne sono di ottimi e molto scrupolosi, ma ovviamente è pieno anche di passacarte dei pubblici ministeri.

Premetto quindi che sono stato un vero giustizialista e credo di esserlo stato per un misto di passione civile mal diretta e scarsa coscienza.

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Poi è scattato qualcosa. Non un’illuminazione, più un lungo processo di assestamento delle mie idee in materia di giustizia, di innocenza, di colpevolezza. Ho aperto gli occhi su quello che davvero oggi mi pare un rapporto malato tra magistratura, media e opinione pubblica, che porta alla condanna prima del processo per chi è solo indagato e a ritenere che il cancro del sistema si annidi in istituti a garanzia dell’imputato come la prescrizione o a garanzia del condannato come una cella decente. Mi sono reso conto che a questo hanno contribuito molto elementi: pubblici ministeri con grande voglia di apparire, giornalisti con grande voglia di spulciare i pettegolezzi tra le carte, opinione pubblica con grande voglia di trovare un colpevole, quale che sia, anche solo per scaricarsi la coscienza.

Di analisi su questo ne troverete a bizzeffe, migliori delle mie. Non dico nulla di nuovo, posso solo aggiungere quello che provo io quando viene arrestato qualcuno: mi chiedo se l’arresto lo meritasse davvero, se ci fossero motivi davvero fondati per portarlo in una cella, se sia giusto che il suo nome, la sua foto e le ipotesi dei magistrati sul suo conto vengano rese pubbliche, a volte in prima serata, prima che abbia qualche possibilità di difendersi. Anzi, se sia giusto che tutto questo venga reso pubblico tout court, almeno fino a condanna avvenuta.

Penso a quello che subisce nell’ambito di tutte le sue relazioni sociali, nella sua città, nel suo quartiere, nel suo palazzo, nella sua famiglia, ai dubbi che si instillano persino nella mente di una moglie, di un marito, di un figlio o una figlia: a me sembrava che fosse davvero quello che diceva di essere, ma c’è quella telefonata, quel frammento di intercettazione, quella dichiarazione del Pm, del carabiniere, del poliziotto che mi lasciano perplesso. Il dubbio, il sospetto. Una volta che ti entrano in testa è difficile cacciarli. E allora penso alle amicizie che si rompono, ai matrimoni in pezzi, ai rapporti con i figli che cambiano radicalmente o in certi casi vengono devastati.

E’ tutto profondamente ingiusto, soprattutto perché non è l’arrestato a dover provare la sua innocenza, ma il magistrato a dover provare la sua colpevolezza, anche se ce ne dimentichiamo spesso: basta l’sms, la telefonata, la mezza intercettazione, magari trascritta male per colpa o per dolo da un carabiniere incapace o infedele. E poi questo oscuro scavare nella vita delle persone, nei cellulari, nei computer per tirar fuori storie d’amore, fidanzamenti, amanti, prostitute o anche solo materiale da masturbazione. Va bene anche quello: nel caso sfuggisse la condanna penale, c’è sempre quella morale.

Insomma, stringi stringi il concetto è il seguente: non voglio dirvi nemmeno che lo Stato deve dare delle garanzie anche al colpevole, anche se è un’affermazione che condivido; vi dico che deve dare delle garanzie all’innocente fino a prova contraria, perché se DAVVERO è innocente la sua vita è comunque distrutta. E il caso Tortora, del quale abbiamo parlato all’infinito, è esemplare ma poco rappresentativo di quelle migliaia (sì, migliaia!) di persone qualsiasi che hanno perso la faccia e un pezzo della propria vita dietro le sbarre senza aver commesso alcun reato.

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Il punto l’ho chiarito. Ora fatemi dire, anche se già lo sapevate, che noi garantisti abbiamo perso. Ve lo ripeto: ABBIAMO PERSO. I manettari hanno vinto tra la gente e in politica. Per i garantisti veri, quelli non pelosi, non c’è più alcuno spazio di azione, eccetto il far sentire la propria sempre più flebile voce come una specie di dolorosa testimonianza in punto di morte. E saranno comunque accusati di garantismo peloso. Ho come l’idea che questa sconfitta sia definitiva.

Non è solo la cultura politica, che pure ha subito evidenti arretramenti e che continua a vedere nelle manette, nella gogna la salvezza della Repubblica. Una cultura che ha nei 5 Stelle la sua più alta manifestazione, che sta tornando a permeare la Sinistra e il centrosinistra, che è connaturato alle caratteristiche della Lega, specie quella a trazione salviniana.

Mi vien da pensare, invece, che la morte del garantismo sia un pezzo del racconto di quest’epoca e della nuova cultura di massa, quella che si esprime in alcuni comportamenti da social. Il giudizio sommario è una delle grandi chiavi di lettura di questo momento storico. Una che pubblica la sua foto in tanga è una troia, chi sbaglia un congiuntivo è un cretino. Si scava nei profili Twitter e Facebook di chi ha fatto una stupidaggine, si fa uno screenshot e lo si espone al pubblico ludibrio; si blasta. Si infliggono ferite profonde, si impicca sulla pubblica piazza, si sbava dalla bocca.

Abbiamo perso.

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Che impatto hanno avuto i social? Mah


Usati per sondare l’opinione pubblica, per valutare il peso dei candidati, per commentare in diretta i dibattiti, per discutere, raccontare, diffondere messaggi, fare propaganda.

Eppure – il paradosso è questo – nelle prime elezioni americane nelle quali si è fatto un uso massiccio dei social network e della rete sia da parte repubblicana che da parte democratica, non sappiamo, non sapremo e non potremo misurare quanto effettivamente abbiano avuto un impatto sul voto.

Di certo si sa che Romney e Obama hanno speso 160 milioni, una frazione dei circa 6 miliardi impiegati complessivamente per gli spot televisivi. Ma il punto non è la propaganda: avrà pesato qualcosa quel 22% di americani che, secondo il Pew Research Center, ha fatto sapere come vota via Facebook o Twitter? Che impatto avrà avuto l’invito promosso direttamente da Facebook ad andare a votare, già testato su 61 milioni di elettori nelle mid term del 2010 e che portò 340mila persone in più alle urne? Quanti voti ha spostato un tweet ben riuscito di un anonimo sostenitore dell’uno o dell’altro candidato, che fino a non molto tempo fa avrebbe avuto giusto l’audience dei suoi parenti?

Ecco, l’unica cosa certa che si può dire è che social e rete sono una nuova variabile, dalle dimensioni ancora incerte e dal peso crescente. Qualcosa, anche se capisco che non sia una novità, con cui fare i conti. Qualcosa con cui anche la politica italiana – con il consueto ritardo, con molte zoppie, a fronte dei 21 milioni di utenti facebook e oltre 2 di twitter del nostro Paese – dovrà iniziare a misurarsi dal voto del prossimo anno. Naturalmente non è ancora in grado di farlo, ma insomma, il tempo arriverà.

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