Può darsi che non cambi niente. Oppure sì. (E’ una di quelle cose lunghe e personali)


getting-olderMolti uomini, mentre si avvicinano ai quarant’anni o non appena li superano, sentendo di essere a ridosso di un momento critico della loro vita, percependo che la forza fisica non è più quella di una volta, che si fanno sentire i primi acciacchi, che i malanni, anche quelli di stagione, tendono a lasciare segni più profondi, decidono di dare nuova linfa alla loro vita sportiva. E’ un atteggiamento che mi ha sempre fatto sorridere, ma ora che i quaranta sono ad un passo (mancano un paio d’anni) lo capisco meglio. Però, se mi è concesso, avrei deciso di fare qualcosa di diverso.

Iniziamo come si deve, ossia dal principio. Perdonatemi e abbiate pazienza se una serie di questioni private entrano in un post pubblico, ma ho le mie ragioni: è la spiegazione del perché da ora in avanti intendo modificare, progressivamente ma in maniera radicale, le mie interazioni in rete. Che l’operazione riesca non è cosa certa. Di molte delle cose che scrivo importerà a pochi, gli altri ricordino che non sono obbligati a leggere, né a commentare: tre quarti di quello che scriverò sono una lunga premessa.

Ho avuto la fortuna (che è anche una sfortuna) di essere il figlio di un giornalista. Partirò dalla fortuna.

Iniziamo a chiarire che “giornalista” è un mestiere, non una professione e proprio per questo non dovrebbe esserci bisogno di un albo, di un esame o di un ordine, se non come organismo di controllo esterno e non formato da giornalisti. Ma questo c’entra poco. E’ un mestiere, proprio come il falegname: puoi studiare quanto siano duri e difficili da modellare i vari tipi di legno o come son fatte le frese, le pialle, i punteruoli, le raspe, ma finché non ti metti al banco con qualcuno che ti spiega come funzionano le cose nella pratica sarai una sorta di idiota sapiente.

Ero convinto che avrei fatto l’avvocato internazionalista, la Sapienza ha smorzato parzialmente l’entusiasmo, il lavoro e i primi soldi guadagnati lo hanno ammazzato definitivamente. Ho iniziato a lavorare a 19 anni (a 18*, a dire il vero, ma non come giornalista), ho fatto il praticantato spalmato su quattro o cinque redazioni, ovviamente facilitato dal fatto di avere un padre collega e con un ampio raggio di conoscenze.

Ho corso e corro molto, ho lavorato e lavoro tanto. Perché il mestiere mi piace, ma anche, ovviamente, per una certa ansia di dimostrare che non sono un raccomandato. Cerco di fare quel che faccio con la massima onestà intellettuale e con il massimo della professionalità. Non sempre rispondo alle aspettative di lettori e ascoltatori, quasi mai alle mie.

 Un collega con qualche anno più di me che stimo molto e che mi onora della sua stima mi ha detto: “Sei bravo, ma non smettere di studiare”. Quest’ansia e questo correre, mi rendo conto a ridosso dei quarant’anni, hanno avuto l’effetto deleterio (e qui sta la sfortuna di cui sopra) di farmi rimanere troppo spesso davanti al banco con fresa, pialla e legno. L’empirismo ha avuto la meglio sulla teoria e questo è un bene, dirà qualcuno, ma il lavoro del giornalista non è semplice come quello del falegname, purtroppo: ci occupiamo quotidianamente di molti argomenti diversi, il che rende la nostra conoscenza dei fatti e dei processi molto fragile. Se siamo “storici del presente o dell’istante”, secondo la fortunatissima definizione di Umberto Eco, lo siamo senza la profondità dello storico, ma con la pretesa di esserlo.

Oltre a raccontare i fatti, dovremmo saperli contestualizzare, poterli inserire in un processo (ammesso che ve ne sia uno), riuscire a coglierne le implicazioni intellettuali e di pensiero, ipotizzarne le conseguenze. O forse no, forse sbaglio. La realtà è che non so nemmeno questo, così come non so mille altre cose che vorrei imparare. Sono un divoratore di saggi, ma per leggerne molti mi mancano le basi di conoscenza, così leggo altri saggi e altri articoli che amplino questa base, ma anche per questi serve qualcosa in più. Il processo infinito e richiede 1) voglia di imparare 2) concentrazione 3) tempo.

Dunque non so se quello che scrivo abbia a che fare con il mestiere del giornalista o con me stesso, di certo corrisponde alla mia idea di giornalismo e alla ricerca del mio ideale di me stesso (perdonate la cacofonia).

I social network, la rete, hanno una capacità di ampliare questa conoscenza in maniera smisurata, di darti nuovi spunti e nuove prospettive. Devo conservarli come fonte di notizie, come stimolo per pensieri laterali, diversi, non convenzionali, come osservatorio sulle persone, non come proiezione del mio ego. Troppo spesso, in questi ultimi mesi, mi sono abbandonato ad un uso di questo secondo genere, come se potessi essere un maitre a penser di chissà quale tipo (de sto cazzo, direbbe qualcuno). 

Per farla breve, ho sprecato tempo, che ora voglio dedicare a studiare. So troppo poco, voglio sapere di più, per fare il mio lavoro in maniera migliore e con maggiore profondità. E’ una settimana che non scrivo un tweet e in questa settimana ho letto un libro che mi interessava molto con una certa tranquillità, il che mi ha fatto venire altre idee di lettura che mi terranno parecchio occupato.

1) Non vuol dire che ci riuscirò. 2) Non vuol dire “esco da Twitter e sbatto la porta” in stile Mentana. Un giornalista non può prescindere da questo e da altri mezzi (Facebook e Google+). 3) Vuol dire che cercherò di scrivere meno, di leggere di più, di non prendere posizioni prima di aver capito più a fondo. 4) Di nuovo: non vuol dire che ci riuscirò

Continuerò a cazzeggiare su Twitter durante i talk show e Sanremo, probabilmente. Continuerò a diffondere cose che leggo e che mi interessano, ma con minore regolarità.

In breve: a ridosso dei quarant’anni non ricomincerò a giocare a tennis, non andrò a correre, non mi ficcherò in una palestra, ma ricomincerò un allenamento mentale che ho lasciato da parte per troppo tempo.

* Ho iniziato a lavorare intorno ai 18 anni in un posto dove si facevano le rassegne stampa per i dirigenti dell’IRI. Si entrava intorno alle 4.30 del mattino, c’erano dei lettori e dei ritagliatori/incollatori/fotocopiatori. Ero tra i secondi: una volta che il lettore aveva selezionato l’articolo, entravamo in campo noi che dovevamo trovare il modo di farlo entrare in un foglio A4 da fotocopiare. La capa, suppongo inacidita da anni di sveglie a quell’ora, era terribile e tirava cazziate micidiali quando trovava una sbavatura di Pritt o un allineamento non proprio perfetto. Finito là, andavo, intorno alle 6 e mezza di mattina, a prendere il posto (sì, alla Sapienza funziona/funzionava così) per seguire le lezioni di diritto privato.

L’alibi dell’Euro e della Germania cattiva


Qualche riflessione sulla scorta di un paio di tweet che hanno riscosso una discreta disapprovazione presso i sostenitori dell’uscita dall’Euro e presso coloro che ritengono che gran parte delle colpe di questa crisi del sud Europa ricadano sulla Germania.

Sinceramente: non ho le competenze per ritenere se, dal punto di vista monetario e puramente economico, un’uscita dall’Euro sia una buona soluzione, né quelle per poter paragonare il sistema tedesco a quello italiano nel suo complesso. Ho qualche idea, però, sulla politica e sulla psicologia di un popolo come quello italiano.

La Germania cattiva, l’Euro che ci rende meno competitivi sono ottimi alibi: sarà pur vero che i Tedeschi hanno tratto dall’Euro benefici molto maggiori dei nostri, sarà pur vero che l’Euro ci ha danneggiati, ma è anche vero che questo consente, politicamente e psicologicamente, di liberarsi mentalmente dei nostri problemi; ci fa scaricare le responsabilità (nostre) su qualcun altro.

Mi riferisco alle finanze pubbliche, per esempio: non dimentichiamoci, per cortesia, che vent’anni fa, quando l’Euro ancora non c’era, il debito/PIL dei tedeschi era al 30% e quello italiano al 110%. Ma la finanza pubblica è solo un aspetto, secondo me il meno importante.

La liretta, per portare solo un esempio, ci consentiva di fare turismo a buon mercato. A tutt’oggi ne paghiamo lo scotto: alberghi a quattro stelle che ne meriterebbero due, località di vacanza senza servizi e che per anni hanno vissuto di rendita.

L’Euro e l’Europa, sono costruiti malissimo (su questo non c’è il minimo dubbio), la moneta unica avvantaggia alcuni e toglie vantaggi ad altri e, ribadisco, non sono in grado di dire se l’uscita dalla moneta unica possa portare ad un’epoca felice o al disastro completo (propendo per un’ipotesi mediana). Però ci costringono a confrontarci con i nostri difetti, a togliere la polvere da sotto al tappeto.

La possibilità di svalutare rischia di coprire le magagne di un sistema industriale che presenta ancora sacche incredibilmente  ampie di scarsa o nulla capacità di stare sul mercato: la liretta ha prodotto anche imprese sottocapitalizzate, sottospecializzate, sottodimensionate; la svalutazione rischia di allentare, di conseguenza, la pressione delle stesse imprese e dei cittadini sullo Stato perché sia più efficiente; rischia di esaltare la nostra forza, nascondendo le nostre debolezze.

 

Non mi avete convinto


C’è chi continua a coltivare l’idea che i problemi di un Paese con una burocrazia mostruosa, tasse elevatissime, spesa pubblica fuori controllo, debito pubblico elevato, classe politica sfasciata e sistema istituzionale da rivedere si possano risolvere con la politica monetaria.  Non riuscirete a convincermi e non è una questione di essere pro o contro l’Euro.

Gambaro e “violenza in rete”


A proposito di “violenza in rete” – e penso al caso della senatrice cinque stelle Adele Gambaro – tendiamo a sottovalutare l’esistenza di una minoranza attiva in rete e di una maggioranza silenziosa. Un po’ come quelli di Ro-do-tà. Certo, qua il livello è un po’ più basso.

DE LUCA gambaro immanuel PREZZO

Nick il nero


Stando a quello che scrive il Corriere alcuni del M5S liquidano la dissidente Gambaro, laureata in relazioni internazionali a Ginevra, master a Parigi, come “del giro di Nick il nero”. Questo qua

Dire cose come queste, @beppe_grillo, è pericolosissimo


Fonte ANSA

L’imprenditore di Savona, sostenitore del M5S  ”è il secondo del Movimento che si dà fuoco. Non vuol dire ammazzarsi semplicemente: ha un significato politico. Come fanno i bonzi tibetani, per difendere i diritti della loro etnia. Un gesto di eroismo. E il Governo continua a pensare all’Imu. Non capiscono un cazzo!”. Lo dice Beppe Grillo al “Corriere del Ticino”.

Priorità


Adesso la priorità per combatte la violenza contro le donne pare che sia approvare la convenzione di Istanbul, come se non avessimo quintali di trattati internazionali dei quali disattendiamo regolarmente le indicazioni. Iniziamo a fare leggi sulla scorta delle indicazioni della convenzione, poi magari approviamola pure.

Il referendum di Bologna, qualche numero


Per chi volesse capire meglio di cosa si discute a Bologna, ossia del  referendum per togliere l’assegnazione dei contributi alle scuole paritarie private, consiglio vivamente questo pezzo del Post. Perfetto. Dove si legge, tra l’altro, questo

Oltre ai circa 36 milioni di euro per le materne comunali, poco più di un milione di euro è destinato, con il sistema delle convenzioni, alle 27 scuole paritarie private riconosciute dal Comune di Bologna, che sono frequentate quest’anno da circa 1730 bambini: una spesa di circa 600 euro a bambino. Per fare un confronto, nelle scuole comunali la spesa media per bambino è di circa 6.900 euro.

Con i soldi risparmiati dai contributi alle paritarie private si potrebbe pagare la scuola per 144 bambini. Vale la pena?

Che fosse per me


Che fosse per me metterei i pasdaran berlusconiani e gli antiberlusconiani giudiziari su un’isola sperduta in mezzo al pacifico col cibo, l’acqua e tutto quello che serve e gli direi: ok, mo’ scannatevi che noi vorremmo pensare al Paese.

Tali e quali


Simone Spetia:

Via @nomfup. Ma l’asterisco che vor dì?

Originally posted on Nomfup:

Sembra una promozione finanziaria.

View original

kuliscioff

right or wrong, my blog

La Valle del Siele

Appunti dalla frontiera. Agricoltura, mercato, scienze, sviluppo

lpado.blog

Un Blog francamente superfluo

Testi pensanti

Gli uomini sono nani che camminano sulle spalle dei giganti. E dunque, è giusto citare i giganti.

tutta colpa di Internet

sentimenti in Rete e connessi disastri

Insopportabile

Ne ho le scatole piene, ma con eleganza.

Il Giornalaio

In Media Stat Virtus [o no?]

Mani bucate - Marco Cobianchi

IL LIBRO CON I NOMI DELLE IMPRESE CHE INCASSANO AIUTI PUBBLICI

@lemasabachthani

a trader's “cahier”

Deborah Bergamini

Forza Italia

John Maynard

banche imprese persone

Mazzetta

Ce la possiamo fare

Nomfup

Only connect

Tutte cose

l'ironia è il sale della democrazia

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 34.619 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: