A volte proprio non mi piaccio. Allora faccio un giro su Yahoo Answers


benito adolfoGATTOMANGIACADAVERIeltonjohntorturare animaliSTRETTO LA MANOVIPERAsboro
sperma inocchio

Misurazioni utili


A volte ho l’impressione che ci manchi una percezione delle distanze. Un po’ troppo abituati a vivere in pace, dimentichiamo quanto siano vicini i conflitti, quanto siano – per dirla con un’espressione abusata – alle porte di casa. Ecco un utile schema sulle distanze in linea d’aria

Roma – Kiev 1627 chilometri
Roma – Dublino 1880 chilometri
Roma – Lisbona 1867 chilometri
Roma – Stoccolma 1980 chilometri
Roma – Oslo 2010 chilometri
Roma – Donetsk 2090 chilometri
Roma – Kobane 2280 chilometri
Roma – Mosul 2700 chilometri

 

#totoquirinale, parte il sondaggione


Sono partite le Quirinarie. Continuate a partecipare sul Twitter con l’hashtag #totoquirinale. Aggiornerò costantemente

Il livello della speculazione politica si alza (o abbassa)


La morte dell’umana pietà


Fermiamoci un attimo, ve ne prego. Sono arrabbiato e questa volta lo sono davvero e forse questo non conta nulla, ma è un piccolo segnale, perché sono uno che per mestiere deve essere freddo, controllato, guardare le cose col massimo distacco possibile. E’ successo che un sentimento si è perso, l’umana pietà, nello stesso momento nel quale si è smarrito il raziocinio. Trovo curioso, peraltro, che le due cose vadano a braccetto.

– Io credo che sia possibile discutere serenamente sull’opportunità o meno che un Governo paghi un riscatto a dei terroristi. Anzi, personalmente ho molti dubbi che una cosa di questo genere vada fatta, perché potrebbe mettere a rischio altri nostri connazionali all’Estero. Ho anche molte perplessità sul comportamento di due persone inesperte che decidono di addentrarsi, come volontarie, in uno dei territori di guerra più pericolosi del pianeta. Ma queste due valutazioni non mi portano a dire che se lo meritino, che debbano essere lasciate al loro destino, a dar loro delle cretine: hanno vent’anni e a vent’anni si fanno moltissime cazzate. Sappiate, ma questo è opinabile, che preferisco questa cazzata, dotata di afflato umano, rispetto a quella di chi si sbronza per fare le gare di auto all’Eur sulla BMW del padre e ci muore (per inciso, anche questo ha un costo elevato per i contribuenti, specie se la persona non muore) o a quella di chi diventa “vittima delle slot”, come se non fosse stata sua responsabilità quella di finire nel gorgo di una dipendenza, e magari massacra la famiglia, per poi diventare persona degna di cure, poverina.

– Io credo che sia possibile non dare dell’irresponsabile ad un medico che ha deciso di dedicare un pezzo della sua vita ai malati di un morbo potenzialmente mortale, che decide, dopo averlo contratto ed essere guarito, di ritornare in Sierra Leone dai suoi malati. Credo che il rispetto per un uomo che sente di avere una missione debba prescindere dalle valutazioni, secondo me opportune, su come l’organizzazione della quale quest’uomo fa parte abbia spesso assunto, nella persona del suo fondatore, posizioni politiche che possiamo ritenere discutibili. Per intenderci: non rompiamo le scatole alla colletta alimentare solo perché la organizza la Compagnia delle Opere e non facciamolo nemmeno con un medico di Emergency perché il fondatore dell’organizzazione è Gino Strada, che magari ci sta sulle palle. Credo che sia possibile, per chiarire ancora meglio, discutere Gino Strada, ma non il lavoro e l’umanità che medici come quello mettono in ciò che fanno. Le due cose non sono collegate.

– Io credo che sia lecito e opportuno discutere serenamente se l’operazione Mare Nostrum o l’abilità e solerzia della nostra Guardia Costiera nell’effettuare salvataggi in mare abbia incrementato gli arrivi di migranti sulle nostre coste: dietro questi arrivi c’è spesso un vero e proprio traffico, i trafficanti in un certo numero di casi vengono pagati dalle famiglie d’origine a viaggio concluso. E’ probabile, quindi, che considerino l’azione dell’Italia come una sorta di assicurazione sul loro lavoro. Ma non sono disposto a tollerare che una vita umana in mare non venga salvata, non sono disposto a pensare che si possa lasciar affondare una barca con a bordo centinaia di persone (persone) dotate come me di sentimenti, passioni, amore, famiglie, figli, desideri. Una controprova: mi immagino a bordo di una barca con la quale sono in vacanza, incrociare un gommone con decine di persone a bordo. Li lascerei al loro destino? Il fatto che Malta o la Grecia lo facciano NON è una giustificazione valida.

– Io credo che si possa ragionare serenamente sulla questione dei Rom, sul fatto che una parte della popolazione che vive nei campi nomadi è dedita al furto o all’accattonaggio e che questo sia intollerabile. Credo che sia giusto pensare a come risolvere il problema delle madri o delle donne incinte che vengono mandate per strada a chiedere l’elemosina con un figlio per mano o ad occupare le case popolari. Ma non sono disposto a tollerare che si invochi una sorta di pulizia etnica o che si assaltino i campi. In una società complessa, questo è uno dei tanti problemi complessi che dobbiamo affrontare, senza dimenticarci che, anche in questo caso, parliamo di persone.

– Io credo che si possa discutere serenamente di questi e altri problemi, che lo si possa fare civilmente. Credo che si possa ripulire la bava dalla bocca, ritrovare il raziocinio e insieme l’umana pietà.

Ma capisco anche che, forse, è una battaglia persa.

Il candidato al “nobel” per l’insegnamento scrive a Renzi. Ma omette qualcosa


Il professor Daniele Manni, candidato italiano a quello che è stato enfaticamente definito come “nobel dell’insegnamento”, ha scritto una bella lettera al presidente del Consiglio, inviandola ad una serie di mezzi di informazione, tra cui Radio24. Vi riporto la lettera e quello che gli ho risposto io, via mail.

Gent.mo Presidente Renzi,
mi chiamo Daniele Manni, sono un docente di Lecce, innamorato e appassionato del proprio ruolo (non riesco a chiamarlo lavoro) e, pare, sono fra i 50 finalisti al mondo candidati al titolo internazionale di Premio Nobel per l’Insegnamento, il “Global Teacher Prize” della Varkey Gems Foundation. In Europa siamo solo in nove e due in Italia (quasi il 30%), anche se so perfettamente di essere solo stato fortunato perché c’è stato qualcuno che si è preso la briga di segnalare il mio operato alla Fondazione, quindi, dietro questa punta di iceberg, sono certo si nascondono centinaia di colleghi altrettanto meritevoli di questo “titolo”, i quali lavorano, sperimentano e innovano ogni giorno, nel silenzio delle loro aule, fianco a fianco con i loro fortunati studenti.

Ho deciso di scriverle perché oggi sono “qualcuno” e questo mio quarto d’ora di notorietà durerà appena un mese, fino a quando non diverrò un banale “ex” finalista e le mie parole avranno certo un peso diverso.

Cosa le chiedo? Niente di più di quanto lei non stia ripetendo negli ultimi giorni, ossia più considerazione in Italia per la professione docente, più “ritmo” nella scuola. Solo che, oltre ad ascoltare e ad apprezzare i suoi nobili intenti, mi piacerebbe che in questo nuovo anno vedessimo azioni concrete, un po’ come facciamo noi “bravi” insegnanti “da Nobel” con i nostri alunni, agendo e creando risultati e non solo annunciando cambiamento e innovazione. E di azioni concrete per riqualificare il nostro ruolo nella società italiana me ne vengono in mente due.

La prima, a rischio di sembrare banale, è quella di rendere semplicemente “dignitoso” lo stipendio che ci viene riconosciuto, perché oggi, dignitoso, non lo è affatto. Se, pur essendo i peggio pagati e ricevendo poca o nulla stima dalla società civile, riceviamo lode e attenzione internazionale e la nostra opera quotidiana rende la scuola italiana una delle “istituzioni” più apprezzate dalla cittadinanza (al terzo posto, dopo Papa Francesco e le Forze dell’Ordine*), chiedo a Lei e al governo che rappresenta, cosa potrebbe essere la Scuola italiana se il corpo docente ricevesse più credito e dignità? Come pensa che la società possa apprezzare una figura così importante per la vita ed il presente (non solo il futuro) dei nostri figli se lo Stato è il primo a ridicolizzarne il lavoro con un riconoscimento inadeguato? Comprendo benissimo che questo è un momento certo non facile per mettere sul tavolo un piano di aumenti per la categoria, ma qualche primo, piccolo segnale non sarebbe affatto una mossa errata. Se si sta chiedendo se questo mio è un tentativo per ottenere ciò che in tanti non sono riusciti negli ultimi vent’anni, la risposta è …sì.

La seconda possibile azione è quella di ideare e realizzare iniziative concrete atte a valorizzare la professione, approfittando anche di ogni possibile occasione per enfatizzare, rendere pubbliche e diffondere le opere meritorie e le persone meritevoli nella scuola, ogni qualvolta se ne presenta l’opportunità. Vuole qualche esempio? La Varkey Gems Foundation ha come mission quella di alzare il livello di considerazione dell’insegnamento e si è inventato un premio da 1 milione di dollari per accendere i riflettori di tutto il mondo su questa straordinaria professione (sempre che il governo ed il ministero italiano abbiano, anch’essi, questa mission). E’ vero, loro sono ricchi e hanno i soldi, ma quanta ricchezza abbiamo noi italiani in termini di creatività ed inventiva? E non sta certo a me suggerire modi e metodi efficaci.

Concludo augurando a noi docenti che lei possa prendere minimamente in considerazione quanto le ho scritto e a Lei, ai suoi cari e a tutto il suo staff un 2015 proficuo, sereno e ricco di sorrisi.

Con grande rispetto e fiducia
Daniele Manni

Bella, bravo. Ma da padre di tre figli ci avrei aggiunto – se posso permettermi – due righe sul riconoscimento del merito dei singoli. Se il ruolo dell’insegnante viene spesso screditato, a mio personalissimo modo di vedere, questo avviene per due motivi: da un lato genitori che sempre più spesso pensano di potersi sostituire al maestro o al professore e che bollano come ingiustizie brutti voti e richiami, dall’altro docenti non sempre all’altezza. Dopo l’open day ho iscritto i miei figli ad una scuola diversa da quella sotto casa (in centro a Milano!) per la manifesta incapacità di due insegnanti di coniugare correttamente i congiuntivi. Come vede la sfiducia dei genitori e l’incapacità di pezzi del corpo docente sono un classico circolo vizioso, che in qualche modo va spezzato. In bocca al lupo per il “nobel”.

Cose da sampietrini (ossia, come non saper sfruttare il vantaggio)


Ma dico: avevi il PD che era pronto a farti fuori da un momento all’altro, sembrava che il tuo mandato da sindaco non potesse andare oltre il secondo anno, avevi livelli di popolarità che Hollande, al confronto, è il presidente più amato dai Francesi. Ti esplode una maxinchiesta che coinvolge esattamente, seppur con responsabilità da accertare, quei vertici del partito che ti volevano dimissionario. Ne esci rafforzato e riesci quasi ad uscir bene pure dalla vicenda delle multe, che passa in secondo piano.

E cosa fai?

Proponi di deportare i sampietrini dal centro di Roma alle periferie, per sostituirli con dell’asfalto super riciclato. Quei sampietrini che la stessa Pro Loco della Capitale (dunque un ufficio dell’amministrazione) definisce “i più piccoli testimoni della monumentalità di Roma”, raccontandoci che danno a Roma questo volto almeno dal 1500.

Ma perché?

La burocrazia dell’Ordine dei Giornalisti stravince


Come tutti gli appartenenti agli Ordini professionali, mi sono sottoposto alla corvée dei corsi di aggiornamento imposti dal recepimento di una direttiva europea. E’ stata un’esperienza completamente inutile e proprio per questo particolarmente interessante: la mia conoscenza dei meccanismi del mestiere non si è accresciuta di una virgola e ho imparato tante cose che non mi serviranno proprio a niente, a meno che non voglia scalare posizioni prestigiosissime all’interno dell’ordine professionale medesimo. Ne scrivo perché trovo giusto, vista la rilevanza pubblica del mestiere di giornalista, che si conoscano alcuni meccanismi di funzionamento del sistema. O quantomeno che si intuiscano, visto che nemmeno io li conosco a fondo.

Come premessa – e a testimonianza del fatto che non sono una voce isolata – non ho mai sentito come quest’anno colleghi, anche insospettabili, auspicare la cancellazione dell’Ordine dei giornalisti. 

Non parlerò del corso dedicato alla deontologia professionale in rete che ho seguito a Varese, perché, nonostante sia convinto della sua inutilità (le regole deontologiche sono tali dentro e fuori dalla rete), vi ho colto uno dei consigli migliori su come trattare i suicidi di giovani e adolescenti, espresso dal presidente dell’Ordine in Toscana, Carlo Bartoli. Suona più o meno così: “Quando ne scrivete, fatelo con la stessa delicatezza che chiedereste se fosse vostro figlio”. Qua, lo ammetto, ho imparato qualcosa.

Voglio invece parlare più a fondo del corso on line sulla deontologia professionale, perché dovrebbe riguardare i seguenti temi: come va trattato un caso di cronaca che riguarda i bambini? Come va gestita l’informazione economica? Come si scrive quando ci si occupa di migranti o profughi? Come vanno affrontate le vicende giudiziarie e come si rispettano le regole dei cosiddetti “processi in tv”? Se mi occupo di detenuti, quali sono i limiti che non debbo oltrepassare? Se sono un giornalista e faccio l’ufficio stampa di un ente pubblico o di un ministro, debbo rispettare i criteri di aderenza ad un’ipotetica verità che mi impone la deontologia, o posso piegarli all’esigenza di un comunicato stampa?

Come potete vedere si tratta di questioni che riguardano tutti noi. No, non noi giornalisti, ma noi cittadini.

Le regole che sottostanno alla gestione mediatica degli argomenti che accennavo sono il frutto di stratificazioni, incroci tra norme di legge e carte deontologiche, diritto penale, diritto civile e autoregolamentazione. E’ molto complicato districarsi. Il corso di Deontologia On line (con relativo test) non aiuta, anzi complica le cose: perché in larga parte non è strutturato per aiutare dei professionisti che quotidianamente maneggiano materiale sensibile, ma per impartire lezioncine da scuola elementare.

A questo punto è giusto che faccia qualche esempio.

– La prima carta dedicata espressamente all’informazione sanitaria è […riempire lo spazio…] dell’anno [..riempire lo spazio..]

– Con la Carta di Roma si rafforza il meccanismo di collaborazione tra Ordine dei giornalisti e altri soggetti, inaugurata con (1) Carta di Treviso del 1990 (2) Carta di Treviso del 1993 (3) Carta dei doveri del 1990

– I riferimenti deontologici relativi al rapporto informazione e salute: (1 ) compaiono per la prima volta nella Carta di Roma (2) trovano dei cenni già nella legge 675 del 1996 e nella Carta dei doveri (3) vengono inseriti in un documento firmato a Pisa da giornalisti e medici

– Il Protocollo di intesa sui sondaggi: (1) è rimasto l’unico documento relativo al rapporto tra informazione e sondaggi (2) ha rafforzato le norme del precedente Regolamento dell’Agcom sulla materia (3) ha dato origine al Regolamento dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni del 2002

– Il Codice di autoregolamentazione per i processi in tv è stato sottoscritto nel […riempire lo spazio…] a [..riempire lo spazio..]

– Un documento deontologico per il rispetto di migranti, rifugiati e richiedenti asilo (1 ) è stato emanato dall’Ue nel 2005  (2) è stato firmato nel 2007 (3) viene firmato nel 2008  (4) deve ancora trovare una codifica

Ora, ammetto che la sto caricando un po’: le domande non sono solo di questo tipo, ma quando passano dalla forma alla sostanza sono elementari. I test sono quattro, il più straordinario è proprio il quarto. Cose come:

La principale innovazione della riforma del 2012 relativa all’Ordine dei giornalisti riguarda:

  1. la creazione dei Consigli di disciplina
  2. l’introduzione di alcuni principi deontologici relativi alla diffamazione
  3. l’eliminazione dei tempi di prescrizione per i reati a mezzo stampa

La riforma del 2012 sull’Ordine dei giornalisti:

  1. ha istituito sia i Consigli di disciplina territoriali che il Consiglio di disciplina nazionale
  2. ha cancellato i Consigli di disciplina territoriali e istituito il Consiglio nazionale di disciplina
  3. ha istituito i Consigli di disciplina territoriali e abolito il Consiglio nazionale di disciplina

Sono quasi tutte così, comprensive di tempi di durata dei consigli di disciplina, decadenza dei membri e via dicendo. E’ evidente che in questo test sono entrate, pesantemente, le mani di chi sguazza nella burocrazia dell’Ordine dei Giornalisti, di chi si preoccupa di codicilli, date, assetti interni.

Mentre chi esercita quotidianamente e con molti errori una professione centrale per il Paese avrebbe bisogno di essere formato davvero, di ricordare, quando sta scrivendo una breve o un articolo sul caso di Loris, cosa c’è scritto sulla Carta di Treviso; di tenere a mente, quando racconta dell’ultimo sbarco in Sicilia, quello che ci impegna a fare la Carta di Roma; di stamparsi in testa questa Carta dei doveri che sicuramente mi sarà capitato, lo ammetto, di violare qualche volta.

L’anno è stato complicato, l’Ordine si è mal organizzato. Spero che ci sia tempo per recuperare nel 2015. Per il bene di tutti (non solo i giornalisti)

Può darsi che non cambi niente. Oppure sì. (E’ una di quelle cose lunghe e personali)


getting-olderMolti uomini, mentre si avvicinano ai quarant’anni o non appena li superano, sentendo di essere a ridosso di un momento critico della loro vita, percependo che la forza fisica non è più quella di una volta, che si fanno sentire i primi acciacchi, che i malanni, anche quelli di stagione, tendono a lasciare segni più profondi, decidono di dare nuova linfa alla loro vita sportiva. E’ un atteggiamento che mi ha sempre fatto sorridere, ma ora che i quaranta sono ad un passo (mancano un paio d’anni) lo capisco meglio. Però, se mi è concesso, avrei deciso di fare qualcosa di diverso.

Iniziamo come si deve, ossia dal principio. Perdonatemi e abbiate pazienza se una serie di questioni private entrano in un post pubblico, ma ho le mie ragioni: è la spiegazione del perché da ora in avanti intendo modificare, progressivamente ma in maniera radicale, le mie interazioni in rete. Che l’operazione riesca non è cosa certa. Di molte delle cose che scrivo importerà a pochi, gli altri ricordino che non sono obbligati a leggere, né a commentare: tre quarti di quello che scriverò sono una lunga premessa.

Ho avuto la fortuna (che è anche una sfortuna) di essere il figlio di un giornalista. Partirò dalla fortuna.

Iniziamo a chiarire che “giornalista” è un mestiere, non una professione e proprio per questo non dovrebbe esserci bisogno di un albo, di un esame o di un ordine, se non come organismo di controllo esterno e non formato da giornalisti. Ma questo c’entra poco. E’ un mestiere, proprio come il falegname: puoi studiare quanto siano duri e difficili da modellare i vari tipi di legno o come son fatte le frese, le pialle, i punteruoli, le raspe, ma finché non ti metti al banco con qualcuno che ti spiega come funzionano le cose nella pratica sarai una sorta di idiota sapiente.

Ero convinto che avrei fatto l’avvocato internazionalista, la Sapienza ha smorzato parzialmente l’entusiasmo, il lavoro e i primi soldi guadagnati lo hanno ammazzato definitivamente. Ho iniziato a lavorare a 19 anni (a 18*, a dire il vero, ma non come giornalista), ho fatto il praticantato spalmato su quattro o cinque redazioni, ovviamente facilitato dal fatto di avere un padre collega e con un ampio raggio di conoscenze.

Ho corso e corro molto, ho lavorato e lavoro tanto. Perché il mestiere mi piace, ma anche, ovviamente, per una certa ansia di dimostrare che non sono un raccomandato. Cerco di fare quel che faccio con la massima onestà intellettuale e con il massimo della professionalità. Non sempre rispondo alle aspettative di lettori e ascoltatori, quasi mai alle mie.

 Un collega con qualche anno più di me che stimo molto e che mi onora della sua stima mi ha detto: “Sei bravo, ma non smettere di studiare”. Quest’ansia e questo correre, mi rendo conto a ridosso dei quarant’anni, hanno avuto l’effetto deleterio (e qui sta la sfortuna di cui sopra) di farmi rimanere troppo spesso davanti al banco con fresa, pialla e legno. L’empirismo ha avuto la meglio sulla teoria e questo è un bene, dirà qualcuno, ma il lavoro del giornalista non è semplice come quello del falegname, purtroppo: ci occupiamo quotidianamente di molti argomenti diversi, il che rende la nostra conoscenza dei fatti e dei processi molto fragile. Se siamo “storici del presente o dell’istante”, secondo la fortunatissima definizione di Umberto Eco, lo siamo senza la profondità dello storico, ma con la pretesa di esserlo.

Oltre a raccontare i fatti, dovremmo saperli contestualizzare, poterli inserire in un processo (ammesso che ve ne sia uno), riuscire a coglierne le implicazioni intellettuali e di pensiero, ipotizzarne le conseguenze. O forse no, forse sbaglio. La realtà è che non so nemmeno questo, così come non so mille altre cose che vorrei imparare. Sono un divoratore di saggi, ma per leggerne molti mi mancano le basi di conoscenza, così leggo altri saggi e altri articoli che amplino questa base, ma anche per questi serve qualcosa in più. Il processo infinito e richiede 1) voglia di imparare 2) concentrazione 3) tempo.

Dunque non so se quello che scrivo abbia a che fare con il mestiere del giornalista o con me stesso, di certo corrisponde alla mia idea di giornalismo e alla ricerca del mio ideale di me stesso (perdonate la cacofonia).

I social network, la rete, hanno una capacità di ampliare questa conoscenza in maniera smisurata, di darti nuovi spunti e nuove prospettive. Devo conservarli come fonte di notizie, come stimolo per pensieri laterali, diversi, non convenzionali, come osservatorio sulle persone, non come proiezione del mio ego. Troppo spesso, in questi ultimi mesi, mi sono abbandonato ad un uso di questo secondo genere, come se potessi essere un maitre a penser di chissà quale tipo (de sto cazzo, direbbe qualcuno). 

Per farla breve, ho sprecato tempo, che ora voglio dedicare a studiare. So troppo poco, voglio sapere di più, per fare il mio lavoro in maniera migliore e con maggiore profondità. E’ una settimana che non scrivo un tweet e in questa settimana ho letto un libro che mi interessava molto con una certa tranquillità, il che mi ha fatto venire altre idee di lettura che mi terranno parecchio occupato.

1) Non vuol dire che ci riuscirò. 2) Non vuol dire “esco da Twitter e sbatto la porta” in stile Mentana. Un giornalista non può prescindere da questo e da altri mezzi (Facebook e Google+). 3) Vuol dire che cercherò di scrivere meno, di leggere di più, di non prendere posizioni prima di aver capito più a fondo. 4) Di nuovo: non vuol dire che ci riuscirò

Continuerò a cazzeggiare su Twitter durante i talk show e Sanremo, probabilmente. Continuerò a diffondere cose che leggo e che mi interessano, ma con minore regolarità.

In breve: a ridosso dei quarant’anni non ricomincerò a giocare a tennis, non andrò a correre, non mi ficcherò in una palestra, ma ricomincerò un allenamento mentale che ho lasciato da parte per troppo tempo.

* Ho iniziato a lavorare intorno ai 18 anni in un posto dove si facevano le rassegne stampa per i dirigenti dell’IRI. Si entrava intorno alle 4.30 del mattino, c’erano dei lettori e dei ritagliatori/incollatori/fotocopiatori. Ero tra i secondi: una volta che il lettore aveva selezionato l’articolo, entravamo in campo noi che dovevamo trovare il modo di farlo entrare in un foglio A4 da fotocopiare. La capa, suppongo inacidita da anni di sveglie a quell’ora, era terribile e tirava cazziate micidiali quando trovava una sbavatura di Pritt o un allineamento non proprio perfetto. Finito là, andavo, intorno alle 6 e mezza di mattina, a prendere il posto (sì, alla Sapienza funziona/funzionava così) per seguire le lezioni di diritto privato.

L’alibi dell’Euro e della Germania cattiva


Qualche riflessione sulla scorta di un paio di tweet che hanno riscosso una discreta disapprovazione presso i sostenitori dell’uscita dall’Euro e presso coloro che ritengono che gran parte delle colpe di questa crisi del sud Europa ricadano sulla Germania.

Sinceramente: non ho le competenze per ritenere se, dal punto di vista monetario e puramente economico, un’uscita dall’Euro sia una buona soluzione, né quelle per poter paragonare il sistema tedesco a quello italiano nel suo complesso. Ho qualche idea, però, sulla politica e sulla psicologia di un popolo come quello italiano.

La Germania cattiva, l’Euro che ci rende meno competitivi sono ottimi alibi: sarà pur vero che i Tedeschi hanno tratto dall’Euro benefici molto maggiori dei nostri, sarà pur vero che l’Euro ci ha danneggiati, ma è anche vero che questo consente, politicamente e psicologicamente, di liberarsi mentalmente dei nostri problemi; ci fa scaricare le responsabilità (nostre) su qualcun altro.

Mi riferisco alle finanze pubbliche, per esempio: non dimentichiamoci, per cortesia, che vent’anni fa, quando l’Euro ancora non c’era, il debito/PIL dei tedeschi era al 30% e quello italiano al 110%. Ma la finanza pubblica è solo un aspetto, secondo me il meno importante.

La liretta, per portare solo un esempio, ci consentiva di fare turismo a buon mercato. A tutt’oggi ne paghiamo lo scotto: alberghi a quattro stelle che ne meriterebbero due, località di vacanza senza servizi e che per anni hanno vissuto di rendita.

L’Euro e l’Europa, sono costruiti malissimo (su questo non c’è il minimo dubbio), la moneta unica avvantaggia alcuni e toglie vantaggi ad altri e, ribadisco, non sono in grado di dire se l’uscita dalla moneta unica possa portare ad un’epoca felice o al disastro completo (propendo per un’ipotesi mediana). Però ci costringono a confrontarci con i nostri difetti, a togliere la polvere da sotto al tappeto.

La possibilità di svalutare rischia di coprire le magagne di un sistema industriale che presenta ancora sacche incredibilmente  ampie di scarsa o nulla capacità di stare sul mercato: la liretta ha prodotto anche imprese sottocapitalizzate, sottospecializzate, sottodimensionate; la svalutazione rischia di allentare, di conseguenza, la pressione delle stesse imprese e dei cittadini sullo Stato perché sia più efficiente; rischia di esaltare la nostra forza, nascondendo le nostre debolezze.

 

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